Viale dei gianti

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Un libro che ci ricorda che la lettura può essere entusiasmante. Credo sia la miglior definizione che si possa dare di Viale dei giganti, opera che rasenta la perfezione: la costruzione del protagonista, Al, è minuziosa, psicologicamente molto accurata, empatica. Il contesto familiare, sociale e culturale in cui Al nasce, cresce e vive, è altrettanto ben delineato e, aspetto fondamentale, contestualizza con precisione la vicenda, o sarebbe meglio dire le peripezie, del protagonista.
Dugain ci conduce per mano in un viaggio attraverso la malattia, mostrandoci come questa possa celarsi dietro una normalità anche piuttosto banale. L'ennesima, ma sempre utile dimostrazione, che l'uomo non è monotematico, che ognuno di noi non è definibile attraverso squallide definizioni tipo buono, cattivo, normale, pazzo. Ogni uomo è un universo, ormai avremmo dovuto capirlo, all'interno del quale la vita scorre imprevedibile.
Ma ognuno di noi, piaccia o no, è anche frutto del contesto in cui cresce, e quello di Al è talmente opprimente e deprimente, così privo di amore che non può far altro che generare un uomo dalle mille contraddizioni, che alla fine ti ritrovi, se non ad amare, almeno a comprendere profondamente.
Così il mostro, quello che spesso ancora oggi i media inseguono nei casi di delitti efferati, non esiste come entità assoluta, quasi aliena rispetto al mondo.
La storia di Al è anche, se non soprattutto, una critica non troppo velata alla società, incapace di tutelare i più deboli ma perfettamente in grado di punirli e abbandonarli, quasi in contemporanea. Una critica che assume toni ancor più feroci poiché Al, che avrebbe bisogno di affetto e attenzioni, si muove negli anni dei figli dei fiori, promotori di un amore che, agli occhi del protagonista, è soltanto un modo per rimediare un po' di sesso gratis e vivere ai margini (visti trenta anni dopo mi sentirei anche di condividere).
Detto del protagonista, non posso non aggiungere che anche i personaggi secondari si muovono ottimamante sullo sfondo, caratterizzando in maniera eccezionale il contesto sociale di cui sopra. A voler cercare il pelo nell'uovo, soltanto la madre di Al lascia qualche dubbio: forse troppo monodimensionale, assume il ruolo del cattivo da fiaba, appiattendosi un po' su una visione convenzionale dell'essere umano. I blandi tentativi di caratterizzarla meglio finiscono per non riuscire, ed è un peccato.
Ciò non toglie che Viale dei giganti sia da leggere assolutamente, possibilmente riflettendo bene sulla storia di Al.

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L’innocenza delle caramelle

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Conosciuto soprattutto per le sue opere teatrali, con questa raccolta di racconti Tennessee Williams dimostra tutto il suo talento per la scrittura, inanellando una serie di short stories praticamente impeccabili. In ognuno di questi piccoli capolavori troverete gli aspetti più grotteschi e inquietanti dell'essere umano, tutto il devastante potere che la società può esercitare sui più deboli, ma anche tutta la poesia racchiusa in ogni esistenza, anche la più insignificante o la più abbietta.
Per certi versi, la vera forza di questi racconti sta nel presentare il "solito" lato oscuro dell'America del Novecento e renderlo, in qualche modo, a tinte meno fosche. Il tutto senza alcuna celebrazione, senza alcuna distorsione della realtà, ma semplicemente tratteggiando magistralmente i personaggi, a cui non puoi fare a meno di affezionarti.
Proprio a proposito della costruzione dei personaggi è doveroso fare un ultimo inchino al grande Tennessee: gli bastano poche righe per definirli esaustivamente, per esplorarne il carattere, la storia e ciò che risulta dal loro mix. Sicuramente, il talento e la passione per il teatro lo aiutano molto nel processo creativo, ma non si può non restare sbalorditi dalla semplicità con cui i suoi personaggi prendono vita.
Insomma, un libro da comprare a occhi chiusi e divorare con la mente bene aperta.

Panopticon

PANOPTICONPanopticon è un libro difficile da recensire, colpa di un finale che ne risolleva parzialmente le sorti ma non può, ovviamente, salvare l’opera nel suo complesso.

La storia, come sempre molto in breve, è quella di una adolescente (Anais) che non ha mai avuto una famiglia propria, per cui ha vissuto tra famiglie affidatarie, riformatori e case famiglia. La mancanza di radici porta la giovane a credere di essere frutto di un esperimento, a credersi una sorta di topo da laboratorio.

Noi la incontriamo nel momento in cui viene affidata al Panopticon, la struttura che ospita altri giovani nelle stesse condizioni. Ora, la storia della ragazza dalla vita difficile è potenzialmente interessante e nemmeno troppo difficile da sviluppare; in realtà per quasi trecento pagine la narrazione scorre piuttosto piatta, incapace di creare la benché minima empatia con la protagonista: non basta metterle in bocca molte parolacce (che ci stanno tutte, intendiamoci, anzi la cosa strana sono le intuizioni e le espressioni che Anais a volte tira fuori dal cilindro, palesemente in contrasto con il personaggio) e raccontare qualche evento della sua vita per farci immedesimare. Chi scrive dovrebbe farci vivere il tormento e le difficoltà della ragazza, ma non riesce nell’impresa fino alla straziante e splendida parte finale, circa cento pagine davvero ben riuscite.

Intendiamoci, oltre al finale ci sono altri aspetti ben riusciti: la caratterizzazione dei personaggi, anche se finiscono con il somigliarsi tutti, è molto credibile e denota la conoscenza di certi ambienti. I dialoghi sono costruiti bene e la lettura scorre sempre fluida. Quel che manca, per lunghi tratti, è il coinvolgimento emotivo.

In conclusione, un libro su cui non buttarsi a capofitto ma da prendere in considerazione.

Gateway – La porta dell’infinito

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Giunto a metà del libro sono stato colto da una irrefrenabile voglia di portare a termine la lettura il prima possibile. Ottimo, direte voi, proprio per niente, rispondo io. Il desiderio di finire il libro era dettato dalla ferma convinzione che, se avessi tentennato ancora un po’, lo avrei gettato nel camino. Per fortuna questo presunto capolavoro della fantascienza è piuttosto breve e in un modo o nell’altro, arrancando oltremodo, si giunge alla parola fine.

Espongo brevemente i punti che fanno del libro una ciofeca:

Parto dalle sedute di psicoterapia del protagonista, Robinette, con una macchina: superficiali, stentate, al limite del ridicolo.

Per quanto riguarda gli aspetti fantascientifici siamo proprio in alto mare. Va bene, il libro è stato scritto nel 1974, ma come si fa a parlare di astronavi che viaggiano a velocità superiori a quelle della luce e parlare di registrazioni su nastro? Per tutto il resto si parla delle solite cose, senza particolari impennate di qualità.

La storia in sé è priva di qualsivoglia sussulto, scorre piatta, con un po’ di pathos soltanto nel finale, ma proprio un pizzico, niente più. Davvero poco da dire per un libro che viene spacciato per un miracolo di fantascienza. Nemmeno se fosse l’unico libro mai scritto potrebbe essere tale.

Gateway scalza dalla vetta della classifica dei libri più brutti mai letti Dead City, non era facile.

TRUE – La mia storia

True-La-mia-storiaMi sono avvicinato con molto scetticismo a questo libro, così come a tutte le autobiografie, specialmente quelle scritte da (o per conto di) sportivi e personaggi vari. Non ho letto il fenomeno Open, non leggerò quella di Ferguson o altre autobiografie contemporanee. Ma per Tyson dovevo fare un’eccezione, è un personaggio che mi ha sempre incuriosito (e intimorito!) fin da quando esordì sul ring. Allora ero poco più che un bambino, ma la furia con cui lui combatteva mi lasciò a bocca aperta e divenni un suo grande fan.

Il primo aspetto da sottolineare dell’edizione italiana (Piemme) è la presenza di numerosi refusi. Troppi. Poi c’è la traduzione non sempre impeccabile: a volte compaiono frasi senza capo né coda, in cui non si legano soggetto e verbo. Una didascalia sotto una fotografia confonde Triple H con Shawn Michaels, il che mi lascia supporre che anche altre fotografie possano essere errate. Infine, per 19,50 € almeno una fotografia a colori potevano metterla.

Detto questo, passiamo ai contenuti. La storia di Mike è molto simile a quella di tanti altri sportivi o artisti vari, soprattutto americani: infanzia difficile nel ghetto, povertà e crimine che la fanno da padroni, l’esplosione, il successo e la nuova decadenza. Niente di originale. Il racconto poi, specialmente fino alla metà del libro, è un tantino noioso e ripetitivo, e molti aneddoti potevano essere omessi, visto che non aggiungono niente alla storia dell’uomo e del pugile. Mi aspettavo che la boxe fosse il punto centrale del racconto, invece anche i passaggi dedicati ai momenti d’oro sono accennati, quasi con reticenza. Pare che quel talento immenso per il pugilato sia quasi un peso e che tutto quello che di grandioso Mike ha fatto sul ring sia accaduto quasi per caso. Eppure la passione per il suo sport Tyson la lascia intravedere, ci racconta il tempo passato a studiarne la storia, ma non ci lascia entrare fino in fondo nella storia che ha costruito lui.

Questo è il grande limite del libro: è difficile entrare a contatto con l’uomo Tyson, quando apre uno spiraglio lo chiude prontamente, proprio come se fosse sul ring: mi puoi sfiorare ma non puoi colpirmi. Così, fino al racconto dell’ultima volta sul ring, Mike ci sfugge. A volte diverte, ma non vuole che tu rida troppo, ed è sicuramente meglio fare come dice lui!

Il racconto del processo e della condanna per stupro sono più dettagliati e Mike urla la sua innocenza in tutti i modi. Su questo aspetto non ho mai voluto sbilanciarmi più di tanto e non lo farò adesso. Non ho mai letto le carte del processo, non conosco i fatti, in questa sede posso parlare delle obiezioni poste da Tyson e delle prove che porta a sua discolpa e non mi sembrano banali. Anche se poi uno riflette su un concetto espresso più volte dal pugile: cresciuto in un ambiente violento, in cui uomini e donne se le davano di santa ragione, in cui molte donne erano in grado di mandare ko il proprio uomo, per anni non aveva mai visto come strano il concetto di violenza sulle donne. Precisa che mai ha picchiato una donna, però uno che viene dal suo ambiente non riesce a cogliere l’orrore di uno schiaffo dato ad una donna. Stop.

Il racconto prende una piega diversa, e per certi versi inaspettata, quando meno te lo aspetti: dopo il suo ultimo incontro Tyson cade in un vortice di depressione che lo porta a consumare ingenti quantità di alcol e droga e ad una ossessiva dipendenza dal sesso. Niente di nuovo direte voi. Infatti, ma è il modo in cui viene raccontato questo periodo ad essere diverso: finalmente riusciamo a vivere le sensazioni del pugile, sentiamo tutto l’incedere claustrofobico della sua vita, lottiamo con lui e arriviamo quasi alle lacrime ad ogni fallito tentativo di uscire dalle dipendenze. Lui ci prova da combattente, ma quando incontri uno più forte di te devi soffrire. E la vita sembra per lunghi tratti molto più forte di Tyson, ormai non più Iron Mike.

Proprio quando Mike parla dei suoi demoni (come li definisce di continuo) si apre al lettore. Strano, davvero strano, ma molto efficace. Il libro si chiude con un po’ di speranza, ma il dubbio che Tyson possa davvero farcela resta. Io lo spero, lo spero perché l’Iron Mike che conoscevo, e che viene addirittura odiato dal Mike di oggi, non può arrendersi alle dipendenze.

Il libro poteva essere più snello, ma vale la pena leggerlo.

 

La Versione di Barney

La Versione di Barney è un libro schizofrenico e delirante, caotico eppure estremamente chiaro. Per tutte queste ragioni non se ne può parlare seguendo i canoni standard di una recensione: è impossibile non infilare tra i commenti qualche parolaccia, perché cazzo Richler è un pazzo furioso, e tutto il suo genio ha partorito Barney Panofsky, uno di quelli con cui vorresti passare ore a bere e chiacchierare, uno di quelli da cui ti farebbe piacere anche essere insultato, perché lo fa continuamente, ma con una classe ed una naturalezza che non hanno eguali.
Barney è anche un ribelle che si è istituzionalizzato, non tanto però da rinunciare del tutto a sé stesso: è diventato ricco facendo il produttore televisivo, eppure ha mantenuto un distacco quasi glaciale dal suo lavoro, e quando ne parla (poco) lo fa sempre ironicamente o addirittura riconoscendo che le sue produzioni sono penose. Rassegnato al fatto di dover vivere di quel lavoro di cui non gli importa niente, trova ogni via di fuga possibile per costruirsi una fortezza inaccessibile agli altri. E poiché il peso della vita sembra essere eccessivo anche per uno sagace ed ironico come lui, si aiuta con l’alcol, amico di tanti personaggi di successo.

Qui si potrebbe aprire una piccola parentesi: perché se un tizio ubriaco fa qualcosa di stupido nella vita reale è un idiota, mentre se la stessa stronzata è compiuta da un personaggio letterario allora siamo di fronte ad un grande? Perché accettiamo il male di vivere soltanto dai personaggi di fantasia e nella realtà siamo sempre pronti a condannare? Ipocrisia? Idiozia? Chi se ne frega.
Ma Barney è anche, e forse soprattutto, un bastardo dal cuore tenero. In realtà lo diventa con gli anni, dopo aver bruciato due matrimoni senza particolari rimorsi e, soprattutto, senza lo straccio di un buon ricordo. Ma il terzo matrimonio è quello che lo cambia, non tanto da metterlo in riga, ma abbastanza da costringerlo a scontrarsi con le sofferenze che soltanto il grande amore è capace di provocare.
Forse qui nasce l’unico problema di tutto il romanzo: Barney continua a bere. Cresce, matura, ma la bottiglia non la abbandona mai. E questo francamente è un po’ strano. Però, c’è un però… Sulla testa barcollante del buon Panofksy pende un sospetto di omicidio che lo accompagna per buona parte della vita: nonostante l’assoluzione in tribunale ha alle calcagna un cane di detective che spera sempre di incastrarlo, e tutti o quasi quelli che lo circondano sospettano di lui. E certo Barney non è uno di quelli che compie stragi ed il giorno dopo i vicini dipingono come mite, mansueto, sempre sorridente. No, Barney è un gran figlio di puttana, uno di quelli da cui ti aspetti ogni sorta di bassezza, un ebreo che smonta tutti i luoghi comuni sugli ebrei, un uomo ricco che sputa su tutti i beni materiali, purché non siano contenuti dentro una bottiglia. Quindi Panofsky è uno che ti aspetti possa anche ammazzare qualcuno, anche se è più probabile che finisca ammazzato. E alla fine, nonostante tutto, il sospetto che abbia ammazzato qualcuno mi è rimasto, anche se non la persona per cui era stato accusato.

Scritto in forma di diario riveduto e corretto dal figlio di Barney (altro colpo di genio) questo è uno di quei libri che non possono mancare nella vita di ognuno di noi, perché se c’è una cosa che ci insegna è che la vita è stupida, e prenderla troppo sul serio ci rende l’esercito di coglioni che effettivamente siamo. Fantastico.