Nulla, solo la notte

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Sono tra i tanti che ritengono Stoner un capolavoro, per cui non potevo davvero esimermi dal leggere questo libro. Bisogna subito fare dei distinguo: quello più banale, che ogni opera di un artista è una storia a sé; quello più adeguato, che Nulla, solo la notte è un'opera giovanile, scritta quando Williams aveva circa venti anni. Ne conseguono tutti i limiti e tutti gli spunti interessanti del caso.
Il paragone con Stoner, però, non sussiste. Questo libro non è un capolavoro, ma una lettura piacevole senza dubbio, tra le cui righe si scorgono bagliori di quel genio che esploderà definitivamente con Stoner. Non mancano i passaggi ingenui, figli di quella leggerezza che caratterizza ogni ventenne del mondo, seppur mitigati, contenuti all'interno del recinto di realismo attraverso il quale Williams guarda il mondo.
I personaggi dell'autore americano hanno sempre una macchia, una debolezza con cui cercano di convivere, sperimentando tutta la difficoltà di affrontare i propri dèmoni. Arthur, il protagonista, appartiene senza dubbio a questa categoria e cammina spaurito, barcollando, lungo il sentiero della vita. Paga colpe non sue (come tutti del resto) che lo condizionano fino a trasformarlo in qualcosa che non sarebbe mai diventato (forse).
Il momento della rivelazione non coincide, come si potrebbe sperare, con quello della liberazione, ma piuttosto con la fine della speranza, con la rassegnazione alla solitudine.
Da leggere.

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Mattatoio n.5

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Considerato un classico della fantascienza, il libro di Vonnegut andrebbe collocato più precisamente nella letteratura di guerra: il fulcro del romanzo non sono infatti i viaggi nel tempo del protagonista, quanto l'orrore del bombardamento di Dresda e della guerra in generale.
Ora, che la storia del protagonista, Billy Pilgrim, venga narrata come un insieme di viaggi nel tempo, non rende il libro un'opera di fantascienza. Anche il rapimento alieno, di cui si parla abbondantemente, non è altro che un espediente funzionale alla feroce critica alla guerra che si scatena durante tutto il racconto.
Piuttosto, i viaggi nel tempo possono essere letti come un escamotage che anticipa la tecnica dei flashback e dei flash forward.
Disquisizioni tecniche a parte, Mattatoio n.5 è un libro gradevole, non un miracolo, ma assolutamente piacevole. Parte benissimo, con un primo capitolo davvero notevole sotto tutti i punti di vista, che crea un'atmosfera densa di pathos. Poi la tensione si alleggerisce (per precisa volontà dell'autore) e il rapporto del lettore con il libro si incrina un po', come accade quando la passione viene meno.
Si prosegue così, tra episodi più o meno riusciti, senza però raggiungere mai le vette raggiunte nella parte iniziale; la lettura, di conseguenza, si trascina pesantemente o scorre rapida, creando ulteriore confusione.
Probabilmente un libro da leggere in giovane età, durante le scuole superiori, quando il disincanto tipico della adolescenza favorisce l'interazione con lo stile che caratterizza Mattatoio n.5

La Statua di Sale

File.ashxNegli ultimi tempi vado sempre più convincendomi che, tranne in rarissimi casi, i migliori libri siano stati scritti tra XIX e XX secolo. L’opera di Gore Vidal non sfugge a questa regola non scritta: La statua di Sale è, semplicemente, un grande libro. Lo è per lo stile scorrevole e secco, lo è per la costruzione dei personaggi (soprattutto del protagonista), lo è perché non si perde in inutili descrizioni, che per uno strano caso del destino ho trovato in molti degli ultimi libri letti.

Ma quel che più stupisce di un libro scritto nel 1947 è la leggerezza e l’efficacia con cui viene trattato il tema dell’omosessualità. Se si pensa a quanto sia difficile ancora oggi parlare di questo argomento senza scatenare vespai, immaginiamo il coraggio (o l’incoscienza) con cui il giovane Vidal decise di esporsi al pubblico. Rimane il fatto che il coraggio è stato ben ripagato, ed il libro è una pietra miliare, un viaggio fantastico in un mondo ormai lontano che, in fondo, non è poi così diverso dal nostro: stesse ipocrisie, stesse difficoltà per chi si trova, in un modo o nell’altro, a vivere una condizione che conduce all’emarginazione.

Ma le ipocrisie vengono facilmente smascherate, così veniamo catapultati nel nascente paradiso hollywoodiano, in cui l’omosessualità è la norma ma la regola è il silenzio e la falsità. Un mondo di celluloide che rimane tale anche al di fuori del set.

Il protagonista ovviamente è il punto di forza del romanzo: impegnato in una ricerca dall’esito piuttosto incerto, vive la sua omosessualità cercando di farlo nel modo più semplice possibile, pur dovendo spesso indossare una maschera. Ma la sua ricerca, la sua voglia di amore, nonostante tutto rimangono vive.

Così, tra una storia d’amore e l’altra, tra amicizie che sembrano poter diventare altro, si giunge al finale, potente, devastante, che però non è altro che il giusto coronamento ad un romanzo fresco e dinamico, come non se ne leggono più.

 

Flash Forward

9788834715789_e93ee763-7638-486b-99c3-1bde682583cf_1024x1024Tanto per cambiare inizio dalla copertina: orrenda. Capisco che poiché dal libro è stata tratta una serie tv con del buon potenziale, che però se non erro ha chiuso i battenti dopo la prima stagione, bisogna sfruttare l’effetto trainante, ma una copertina del genere è davvero troppo.

Detto questo, in fondo l’apparenza inganna, passiamo al libro: senza fare troppo spoiler la storia si dipana a partire dalla visione del futuro avuta da tutti gli abitanti del mondo. Ne consegue l’eterna domanda: l’uomo è dotato di libero arbitrio? I personaggi, ognuno con le proprie convinzioni, cercano in ogni modo di capire, attraverso un percorso di vita e interiore inevitabilmente condizionato da quello che hanno, o non hanno, visto. E qui nasce già una prima contraddizione o, più precisamente, una prima risposta alla domanda che ci si pone: dopo aver visto il mio futuro il mio libero arbitrio, qualora esista, non è già andato a farsi benedire? Mi spiego: se la mia visione non mi è piaciuta cercherò in tutti i modi di cambiarla, operando delle scelte che mi portino il più distante possibile dalla condizione che ho potuto vedere. E il libero arbitrio va a farsi benedire.

Se la visione che ho avuto mi è piaciuta, cercherò di fare in modo che tutto vada come deve andare affinché si realizzi. E anche in questo caso ciao ciao libero arbitrio.

Inevitabilmente i personaggi del libro, lo scettico Theo e l’incarnazione più classica dello scienziato, il dottor Lloyd, finiscono col farsi travolgere dal futuro. Come loro milioni di altre persone sono impegnate, sullo sfondo, a combattere per preservare, o cambiare, il destino. Quando qualcuno finalmente riesce a fare in modo che le visioni si rivelino sbagliate, il libero arbitrio sembra trionfare. Il problema, ovviamente, è che quel qualcuno ha agito in conseguenza della visione, per cui il suo libero arbitrio è almeno ai domiciliari.

Come sempre quando si parla di viaggi nel tempo o simili, cercare di seguire un discorso coerente è impossibile, per il semplice motivo che la nostra mente non è pronta per affrontare una situazione del genere. Poi si può giocare su universi paralleli e su mille altre situazioni e divertirsi a più non posso. Non c’è niente di più bello di fantasticare sulla manipolazione del tempo, ma interpretare filosoficamente un libro di fantascienza è un gioco che lascia il tempo che trova.

Flash forward, da un punto di vista più pratico, è un lavoro piuttosto piatto, che non raggiunge mai vette di pathos rilevanti, ma non scade nemmeno nella banalità. Una lettura piacevole, niente di più.

P.S. Nella traduzione si è riusciti a sbagliare un numero! un numero! Non un numero qualsiasi, ma l’anniversario del bombardamento nucleare di Hiroshima. Bellissimo. (non il bombardamento, l’errore!)

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

 

Il mondo in cui viviamo è una percezione parziale, la nostra mente può crearne altri, viverli e lasciarli a svilupparsi nel nostro inconscio. Sono mondi che 71eek4rgxUL._SL1203_non si toccano mai ma che possono avere elementi comuni, rielaborati secondo la volontà inconscia.

Questo, in estrema sintesi, il concetto che Murakami sviluppa nel suo “La fine del mondo ed il Paese delle meraviglie”, un libro onirico che non manca di trattare, quasi senza farlo notare, uno degli argomenti più cari all’essere umano: il senso della vita, il raggiungimento della felicità. La risposta arriva nelle ultime pagine (non ve la anticipo ovviamente) e lascia spiazzati, non perché sia una verità sconvolgente ma perché lo sviluppo della storia sembrava portare in altre direzioni.

Colpo di scena a parte, Murakami riesce ancora una volta a cogliere in pieno molti aspetti dell’essere umano, ma la sua più grande capacità resta quella di raccontarci la vita senza appesantire mai il discorso con digressioni filosofiche.

I personaggi (sempre forti, anche quelli apparentemente indifesi) semplicemente costruiscono la storia narrata e questa diventa un vero e proprio manifesto dell’esistenza, in cui il lettore può riconoscere non solo sé stesso ma l’intero mondo che lo circonda; la lettura è sempre stimolante, pone domande a cui lo scrittore risponde puntualmente, quasi dialogasse con il suo pubblico.

L’unico appunto che si può muovere al libro è quello di perdersi a volte in descrizioni ridondanti, anche se funzionali all’esame dell’animo umano: quando parla di un luogo Murakami in realtà parla della mente e diventa estremamente efficace.

Un libro da leggere, un viaggio nella coscienza da affrontare con coraggio.