La vittima e l’inutilità del colpevole

Per un attimo nei panni dei genitori di Yara, mi chedo come si possa reagire alla notizia che l'assassino di tua figlia, rimasto tre anni senza volto, sia stato finalmente trovato.
L'istinto mi porta a pensare che sia una sorta di liberazione, ma la ragione (almeno) una domanda me la pone: avere finalmente qualcuno su cui convogliare la rabbia per quanto accaduto (sì, la rabbia, e credo che il termine non renda abbastanza l'idea di cosa provi un genitore in questi casi) non potrebbe diventare una sorta di tortura?
Penso a come mi sentirei se potessi guardare l'assassino di mia figlia negli occhi: l'idea della liberazione, del perdono, non mi sfiora mai. Non credo nel perdono e nel suo potere salvifico, non in questi casi. Non credo nemmeno nella vendetta come via per arrivare (per lo meno) all'accettazione. Personalmente quindi il dilemma rimane intatto: sapere o non sapere, cambierebbe qualcosa?
Non penso, non credo, che la mia reazione potrebbe essere improntata ad una gelida presa di coscienza; temo che il desiderio di rimanere da solo, faccia a faccia, con chi mi ha fatto tanto male, diventerebbe un'ossessione ingestibile che alimenterebbe la rabbia e la disperazione. Tutti gli sforzi fatti in tre lunghi anni per arrivare a riconquistare un minimo di equilibrio psichico verrebbero vanificati, bisognerebbe iniziare il percorso da capo, stavolta con l'ingombrante presenza del colpevole. Saperlo in carcere non cambierebbe nulla, perché la punizione dell'assassino di mia figlia non potrebbe, in nessun caso, essermi d'aiuto.