L’opera galleggiante

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Barth è un grande esploratore del lato oscuro dell'uomo, uno che non va tanto per il sottile quando si tratta di sviscerare tutte le nostre debolezze e sbattercele in faccia senza complimenti. L'opera galleggiante irride l'uomo e la vita stessa, non fa altro.
Mica poco, sia chiaro, soprattutto se lo fa con una leggerezza tale che, a volte, dimentichiamo quanto sia inquietante la realtà che sta dietro la vicenda sapientemente narrata. La grandezza di Barth risiede proprio in questo: narrare una storia che diventa, con il passare del tempo, del tutto secondaria rispetto all'obiettivo esistenzial filosofico che l'autore si pone. Tant'è che la sua scrittura è piena di divagazioni che poco o nulla aggiungono alla storia, non fosse per il fatto che, in fin dei conti, a Barth della storia in sé interessa poco. Non pensiate però di trovarvi di fronte al solito filosofo fallito che si butta sulla narrativa per sfogare le sue frustrazioni, finendo per scrivere una sorta di enciclopedia di turbe tardo-adolescenziali irrisolte. Barth parla di esistenzialismo senza (quasi mai) farvelo notare.
Ha una strana fissazione per i triangoli amorosi, che di amoroso non hanno nulla, come già detto per La fine della strada. L'opera galleggiante però ci svela, in parte, il perché di questa sua ossessione, o almeno mi è sembrato di capire qualcosa in più al riguardo. Ovviamente evito di assillarvi con le mie elucubrazioni, altrimenti rischierei un enorme spoiler e, soprattutto, non credo che possano interessarvi. Così come non vi dico molto del libro, poiché addentrarsi in esso vorrebbe dire parlare troppo. Mi limito a dire che la conclusione della lunga ricerca di Barth mi trova totalmente d'accordo, pur non essendo particolarmente originale.
Un libro da leggere, non semplicissimo, soprattutto se amate le storie lineari, ma che racconta il genere umano come in pochi hanno fatto.

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