Sulle (e alle) case editrici

Piccola premessa: questo post nasce in seguito a diversi tentativi di organizzare delle presentazioni di libri in una piccola libreria di un piccolo centro. Il primo contatto con le case editrici è stato quasi sempre vano e non ha avuto seguito. Insomma, non risponde nessuno.
In altri, rari casi, dopo aver ottenuto la prima risposta ed aver spiegato il progetto, è caduto nuovamente il silenzio. **
Quotidianamente ci si lamenta del fatto che in Italia si legge poco, che i libri non si vendono, che la crisi ha ulteriormente aggravato la situazione ecc. ecc.
Allora un fesso come me, che vorrebbe organizzare degli eventi per portare un po' di cultura, o di semplice intrattenimento letterario, in un piccolo centro, prova ad organizzare qualche evento. Il silenzio dall'altra parte è inquietante (nonché imbarazzante per chi si nasconde dietro di esso).
Chi risponde parte subito con alcune domande, tipo: **l'autore è vostro ospite? Viaggio, vitto e alloggio sono a vostro carico?
** Domande lecite, direte voi. Forse, ammesso che sia lecito rispondere: va bene, ma poi facciamo un contrattino che mi riconosca una provvigione su tutti i libri venduti in Italia?
Poiché una simile risposta non è contemplata, mi permetto di suggerire alle case editrici, che sono delle imprese, delle attività (anche) commerciali, che il prodotto-libro, per essere venduto, deve essere promosso. Non basta organizzare qualche presentazione di best-sellers presso la Feltrinelli di turno e lasciare il resto al caso, o al passaparola. No, le aziende devono investire tempo e risorse sui propri prodotti, per cui scaricare i costi su chi si mette a disposizione per aiutare (gratuitamente) a diffondere un libro, è semplicemente ridicolo.
Fatevene una ragione, se volete che si legga di più, dovete investire di più.
Oltre alle presentazioni ho proposto di portare alcuni libri nelle scuole. Risposta: bellissimo, non lo abbiamo mai fatto (ma va?), come vorrebbe procedere? Rispondo e, guarda un po', cala di nuovo il silenzio. Possibile che la mia idea sia una vaccata, non lo metto in dubbio. Allora rispondete che il progetto andrebbe rivisto, magari suggerite qualcosa, ma il silenzio che significato ha?
Pensate davvero di poter migliorare i dati di vendita se non coinvolgete i ragazzi in età scolare? Quello è il momento in cui si diventa lettori, se perdete il treno la frittata è fatta. Come nello sport, bisogna investire sui giovani.
Tutto quanto esposto non era volto a presentare quelle poche opere che vendono tanto di per sé, non volevo i Dan Brown di turno, ma avrei gradito presentare libri che non fanno grandi numeri. Evidentemente si preferisce vendere poco, incassare il minimo senza però rischiare nulla.
La storia del nostro Paese.

Mattatoio n.5

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Considerato un classico della fantascienza, il libro di Vonnegut andrebbe collocato più precisamente nella letteratura di guerra: il fulcro del romanzo non sono infatti i viaggi nel tempo del protagonista, quanto l'orrore del bombardamento di Dresda e della guerra in generale.
Ora, che la storia del protagonista, Billy Pilgrim, venga narrata come un insieme di viaggi nel tempo, non rende il libro un'opera di fantascienza. Anche il rapimento alieno, di cui si parla abbondantemente, non è altro che un espediente funzionale alla feroce critica alla guerra che si scatena durante tutto il racconto.
Piuttosto, i viaggi nel tempo possono essere letti come un escamotage che anticipa la tecnica dei flashback e dei flash forward.
Disquisizioni tecniche a parte, Mattatoio n.5 è un libro gradevole, non un miracolo, ma assolutamente piacevole. Parte benissimo, con un primo capitolo davvero notevole sotto tutti i punti di vista, che crea un'atmosfera densa di pathos. Poi la tensione si alleggerisce (per precisa volontà dell'autore) e il rapporto del lettore con il libro si incrina un po', come accade quando la passione viene meno.
Si prosegue così, tra episodi più o meno riusciti, senza però raggiungere mai le vette raggiunte nella parte iniziale; la lettura, di conseguenza, si trascina pesantemente o scorre rapida, creando ulteriore confusione.
Probabilmente un libro da leggere in giovane età, durante le scuole superiori, quando il disincanto tipico della adolescenza favorisce l'interazione con lo stile che caratterizza Mattatoio n.5

L’innocenza delle caramelle

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Conosciuto soprattutto per le sue opere teatrali, con questa raccolta di racconti Tennessee Williams dimostra tutto il suo talento per la scrittura, inanellando una serie di short stories praticamente impeccabili. In ognuno di questi piccoli capolavori troverete gli aspetti più grotteschi e inquietanti dell'essere umano, tutto il devastante potere che la società può esercitare sui più deboli, ma anche tutta la poesia racchiusa in ogni esistenza, anche la più insignificante o la più abbietta.
Per certi versi, la vera forza di questi racconti sta nel presentare il "solito" lato oscuro dell'America del Novecento e renderlo, in qualche modo, a tinte meno fosche. Il tutto senza alcuna celebrazione, senza alcuna distorsione della realtà, ma semplicemente tratteggiando magistralmente i personaggi, a cui non puoi fare a meno di affezionarti.
Proprio a proposito della costruzione dei personaggi è doveroso fare un ultimo inchino al grande Tennessee: gli bastano poche righe per definirli esaustivamente, per esplorarne il carattere, la storia e ciò che risulta dal loro mix. Sicuramente, il talento e la passione per il teatro lo aiutano molto nel processo creativo, ma non si può non restare sbalorditi dalla semplicità con cui i suoi personaggi prendono vita.
Insomma, un libro da comprare a occhi chiusi e divorare con la mente bene aperta.

Panopticon

PANOPTICONPanopticon è un libro difficile da recensire, colpa di un finale che ne risolleva parzialmente le sorti ma non può, ovviamente, salvare l’opera nel suo complesso.

La storia, come sempre molto in breve, è quella di una adolescente (Anais) che non ha mai avuto una famiglia propria, per cui ha vissuto tra famiglie affidatarie, riformatori e case famiglia. La mancanza di radici porta la giovane a credere di essere frutto di un esperimento, a credersi una sorta di topo da laboratorio.

Noi la incontriamo nel momento in cui viene affidata al Panopticon, la struttura che ospita altri giovani nelle stesse condizioni. Ora, la storia della ragazza dalla vita difficile è potenzialmente interessante e nemmeno troppo difficile da sviluppare; in realtà per quasi trecento pagine la narrazione scorre piuttosto piatta, incapace di creare la benché minima empatia con la protagonista: non basta metterle in bocca molte parolacce (che ci stanno tutte, intendiamoci, anzi la cosa strana sono le intuizioni e le espressioni che Anais a volte tira fuori dal cilindro, palesemente in contrasto con il personaggio) e raccontare qualche evento della sua vita per farci immedesimare. Chi scrive dovrebbe farci vivere il tormento e le difficoltà della ragazza, ma non riesce nell’impresa fino alla straziante e splendida parte finale, circa cento pagine davvero ben riuscite.

Intendiamoci, oltre al finale ci sono altri aspetti ben riusciti: la caratterizzazione dei personaggi, anche se finiscono con il somigliarsi tutti, è molto credibile e denota la conoscenza di certi ambienti. I dialoghi sono costruiti bene e la lettura scorre sempre fluida. Quel che manca, per lunghi tratti, è il coinvolgimento emotivo.

In conclusione, un libro su cui non buttarsi a capofitto ma da prendere in considerazione.

La Statua di Sale

File.ashxNegli ultimi tempi vado sempre più convincendomi che, tranne in rarissimi casi, i migliori libri siano stati scritti tra XIX e XX secolo. L’opera di Gore Vidal non sfugge a questa regola non scritta: La statua di Sale è, semplicemente, un grande libro. Lo è per lo stile scorrevole e secco, lo è per la costruzione dei personaggi (soprattutto del protagonista), lo è perché non si perde in inutili descrizioni, che per uno strano caso del destino ho trovato in molti degli ultimi libri letti.

Ma quel che più stupisce di un libro scritto nel 1947 è la leggerezza e l’efficacia con cui viene trattato il tema dell’omosessualità. Se si pensa a quanto sia difficile ancora oggi parlare di questo argomento senza scatenare vespai, immaginiamo il coraggio (o l’incoscienza) con cui il giovane Vidal decise di esporsi al pubblico. Rimane il fatto che il coraggio è stato ben ripagato, ed il libro è una pietra miliare, un viaggio fantastico in un mondo ormai lontano che, in fondo, non è poi così diverso dal nostro: stesse ipocrisie, stesse difficoltà per chi si trova, in un modo o nell’altro, a vivere una condizione che conduce all’emarginazione.

Ma le ipocrisie vengono facilmente smascherate, così veniamo catapultati nel nascente paradiso hollywoodiano, in cui l’omosessualità è la norma ma la regola è il silenzio e la falsità. Un mondo di celluloide che rimane tale anche al di fuori del set.

Il protagonista ovviamente è il punto di forza del romanzo: impegnato in una ricerca dall’esito piuttosto incerto, vive la sua omosessualità cercando di farlo nel modo più semplice possibile, pur dovendo spesso indossare una maschera. Ma la sua ricerca, la sua voglia di amore, nonostante tutto rimangono vive.

Così, tra una storia d’amore e l’altra, tra amicizie che sembrano poter diventare altro, si giunge al finale, potente, devastante, che però non è altro che il giusto coronamento ad un romanzo fresco e dinamico, come non se ne leggono più.

 

Gateway – La porta dell’infinito

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Giunto a metà del libro sono stato colto da una irrefrenabile voglia di portare a termine la lettura il prima possibile. Ottimo, direte voi, proprio per niente, rispondo io. Il desiderio di finire il libro era dettato dalla ferma convinzione che, se avessi tentennato ancora un po’, lo avrei gettato nel camino. Per fortuna questo presunto capolavoro della fantascienza è piuttosto breve e in un modo o nell’altro, arrancando oltremodo, si giunge alla parola fine.

Espongo brevemente i punti che fanno del libro una ciofeca:

Parto dalle sedute di psicoterapia del protagonista, Robinette, con una macchina: superficiali, stentate, al limite del ridicolo.

Per quanto riguarda gli aspetti fantascientifici siamo proprio in alto mare. Va bene, il libro è stato scritto nel 1974, ma come si fa a parlare di astronavi che viaggiano a velocità superiori a quelle della luce e parlare di registrazioni su nastro? Per tutto il resto si parla delle solite cose, senza particolari impennate di qualità.

La storia in sé è priva di qualsivoglia sussulto, scorre piatta, con un po’ di pathos soltanto nel finale, ma proprio un pizzico, niente più. Davvero poco da dire per un libro che viene spacciato per un miracolo di fantascienza. Nemmeno se fosse l’unico libro mai scritto potrebbe essere tale.

Gateway scalza dalla vetta della classifica dei libri più brutti mai letti Dead City, non era facile.

Italiane ridicolezze

Parlo di un argomento ormai ridicolo di suo: il calcio. Non sono tifoso (lo ero, poi tutte le vicissitudini degli ultimi anni mi hanno fatto disaffezionare), mi piace guardare qualche partita di tanto in tanto e non mi interessano le polemiche.

Ieri sera però ho visto toccare nuove vette del ridicolo: le immagini di Genoa-Juve mi sembrava parlassero chiaro sui vantaggi che, una volta tanto, la squadra di casa ha ricavato dalle scelte arbitrali: gol regolare annullato ad Osvaldo, rigore non concesso ai bianconeri e invece concesso ai genoani (per lo stesso fallo di mano, non stiamo lì a guardare i centimetri se il criterio è il braccio largo). Forse, e dico forse, c’era un altro rigore per la squadra di Gasperini, ma di certo non si può parlare di arbitraggio favorevole alla Juventus. Una volta tanto.

Invece l’allenatore rossoblù ha l’ardire di dichiarare che gli episodi arbitrali “non ci sono stati favorevoli.” Incredibile, evidentemente si parla per luoghi comuni anche di fronte all’evidenza. Hai sbagliato un rigore, sei stato graziato nel primo tempo (se il gol di Osvaldo fosse stato convalidato probabilmente ne avresti presi altri due o tre) e parli di arbitraggio sfavorevole?

La verità è che le squadre forti, e per forte intendo forte in Italia perché le figuracce in Europa sono sotto gli occhi di tutti, vincono anche quando qualcosa gira storto. Così le famigerate classifiche al netto degli errori arbitrali non riporteranno mai che alla Juve mancano dei punti, perché se li è presi comunque. E la credibilità di questa particolare graduatoria, va da sé, è risibile. Ieri il Napoli, la Roma, l’Inter avrebbero perso e avrebbero pianto per gli errori. La Juve ha vinto lo stesso. Altrimenti avrebbe pianto, ma non ne ha avuto bisogno.

 

Flash Forward

9788834715789_e93ee763-7638-486b-99c3-1bde682583cf_1024x1024Tanto per cambiare inizio dalla copertina: orrenda. Capisco che poiché dal libro è stata tratta una serie tv con del buon potenziale, che però se non erro ha chiuso i battenti dopo la prima stagione, bisogna sfruttare l’effetto trainante, ma una copertina del genere è davvero troppo.

Detto questo, in fondo l’apparenza inganna, passiamo al libro: senza fare troppo spoiler la storia si dipana a partire dalla visione del futuro avuta da tutti gli abitanti del mondo. Ne consegue l’eterna domanda: l’uomo è dotato di libero arbitrio? I personaggi, ognuno con le proprie convinzioni, cercano in ogni modo di capire, attraverso un percorso di vita e interiore inevitabilmente condizionato da quello che hanno, o non hanno, visto. E qui nasce già una prima contraddizione o, più precisamente, una prima risposta alla domanda che ci si pone: dopo aver visto il mio futuro il mio libero arbitrio, qualora esista, non è già andato a farsi benedire? Mi spiego: se la mia visione non mi è piaciuta cercherò in tutti i modi di cambiarla, operando delle scelte che mi portino il più distante possibile dalla condizione che ho potuto vedere. E il libero arbitrio va a farsi benedire.

Se la visione che ho avuto mi è piaciuta, cercherò di fare in modo che tutto vada come deve andare affinché si realizzi. E anche in questo caso ciao ciao libero arbitrio.

Inevitabilmente i personaggi del libro, lo scettico Theo e l’incarnazione più classica dello scienziato, il dottor Lloyd, finiscono col farsi travolgere dal futuro. Come loro milioni di altre persone sono impegnate, sullo sfondo, a combattere per preservare, o cambiare, il destino. Quando qualcuno finalmente riesce a fare in modo che le visioni si rivelino sbagliate, il libero arbitrio sembra trionfare. Il problema, ovviamente, è che quel qualcuno ha agito in conseguenza della visione, per cui il suo libero arbitrio è almeno ai domiciliari.

Come sempre quando si parla di viaggi nel tempo o simili, cercare di seguire un discorso coerente è impossibile, per il semplice motivo che la nostra mente non è pronta per affrontare una situazione del genere. Poi si può giocare su universi paralleli e su mille altre situazioni e divertirsi a più non posso. Non c’è niente di più bello di fantasticare sulla manipolazione del tempo, ma interpretare filosoficamente un libro di fantascienza è un gioco che lascia il tempo che trova.

Flash forward, da un punto di vista più pratico, è un lavoro piuttosto piatto, che non raggiunge mai vette di pathos rilevanti, ma non scade nemmeno nella banalità. Una lettura piacevole, niente di più.

P.S. Nella traduzione si è riusciti a sbagliare un numero! un numero! Non un numero qualsiasi, ma l’anniversario del bombardamento nucleare di Hiroshima. Bellissimo. (non il bombardamento, l’errore!)

Ne ho ucciso un altro

Anche oggi ho rimediato un pasto. Non male. Adesso devo uccidere il tizio che me lo ha offerto, non posso sopportare l’idea che vada in giro a raccontare quanto è accaduto, farsi ammirare per quello che ha fatto e gettare merda sul sottoscritto, ricorrendo a tutta la classica sfilza di commenti pseudo solidali. Già il sorrisino soddisfatto con cui mi guarda dopo che ho buttato giù l’ultimo boccone è tutto un programma; sembra aver salvato il mondo con i tre euro scarsi spesi per offrirmi il lauto pasto. Non credo che la mia espressione dimostri gratitudine né particolare rispetto per questo tizio che crede di essere diventato una specie di divinità a cui sacrificherò il resto della mia esistenza. Fanno tutti così quelli che ti offrono qualcosa, pensano che la tua vita diventi di loro proprietà con qualche spicciolo. E’ un buon investimento, credono loro: tornano a casa e raccontano alla moglie che hanno comprato uno schiavo con gli avanzi del pasto quotidiano. Poi si siedono sul divano di fronte al televisore ultimo modello e, abbracciati alla consorte, sognano di scopare con la soubrette di turno che mostra le sue grazie senza problemi. Purtroppo i loro spiccioli non bastano per quelle, proprio no.
Esco dall’angusto locale in cui ho mangiato senza salutare il mio benefattore, cosciente che mi seguirà.
Mi segue.

Dice qualcosa che non ascolto, ma non sarà niente di diverso dal classico “bel modo di ringraziare” o stronzate del genere. Accelero il passo, lui farà altrettanto.
Accelera il passo.

E’ una scena strana credo, un tizio elegante che pedina un morto di fame coperto di stracci, di solito succede il contrario. Punto deciso al vicolo in cui vivo, la strada più sporca e puzzolente della città. Mi volterò appena girato l’angolo, lui esiterà e poi continuerà a seguirmi.

Esita un attimo e mi segue.

Apro la porticina in legno marcio nascosta dai bidoni dell’immondizia, il tipo elegante ancora mi segue. Scendo le scale che portano al seminterrato, lui si arresterà alla porticina.

Si ferma.

Allora gli urlo di scendere, che voglio sdebitarmi con lui. Balbetta qualcosa, dovrebbe essere il classico “non si preoccupi, non serve”. E’ il momento in cui il novello dio se la fa sotto di fronte al proprio suddito. Ha paura che lo derubi o lo ammazzi, o tutte e due le cose. Scenderà un paio di gradini, non di più.

Scende due gradini, si ferma di nuovo.

Questo è il momento in cui la curiosità frega il dio tornato uomo. Ma è anche l’attimo in cui la storia dell’umanità trova la sintesi perfetta: l’evoluzione è figlia della curiosità che sconfigge la paura. E’ così dal giorno del big bang, o da quello della Creazione. Da quando è stata fatta la frittata insomma. Torno indietro, lo prego di seguirmi. Lui accetterà.

Accetta.

Entriamo nel mio appartamento, un ex deposito di circa 300 metri quadri, un’unica enorme stanza con parquet a terra, preziosi tappeti orientali, qualche decina di poltrone sparse a casaccio, un tavolo lungo dodici metri, una cucina enorme incastonata nell’angolo lontano e tutta una serie di altri oggetti che non starò ad elencare. Uno scherzo che mi è costato un paio di milioni di euro. Lui adesso rimarrà in silenzio per qualche secondo, poi balbetterà e infine se ne andrà furioso.

Il silenzio dura più del previsto, accompagnato da uno sguardo inebetito che è la fine del mondo. Balbetta, grugnisce (questo

non me lo aspettavo) e imbestialito va via.

Chiudo la porta blindata, fatta di mogano o cose del genere, lascio la porticina in cima alle scale aperta. Prendo una birra dal frigo e mi siedo in poltrona a leggere “Le Monde”; non so una parola di francese, ma sentirmi mentre tento vanamente di pronunciare quelle parole effemminate mi diverte molto.

Ne ho ucciso un altro.

La matematica grillina

 

Ci ho provato, ho chiesto spiegazioni tecniche, ma nessuno mi ha illuminato. Con il 17%, o anche il 6%, si può arrivare a prendere il 52% dei seggi. Come è possibile, quali astruse funzioni entrano in gioco? Integrali tripli, quadrati di binomio al cubo fratto il peso del cervello di Grillo? Boh, vediamo cosa prevede la legge per gli sbarramenti:

Le soglie previste sono quattro: 4,5% per i partiti in coalizione; lo sbarramento dell’8% per i partiti non coalizzati; la soglia del 12% per le coalizioni.

Premio di maggioranza: Le coalizioni o i singoli partiti, per poter ottenere il premio di maggioranza del 15% devono superare la soglia di sbarramento del 37%. Qualora nessuna coalizione o nessuna singola lista superi la soglia del 37%, si andrà al ballottaggio tra i due partiti o tra le due coalizioni che hanno ottenuto il maggior numero di voti. È vietato dopo il primo turno, e in vista del ballottaggio, qualsiasi apparentamento.

Quindi se non erro: al primo turno se prendi il 6% non entri nemmeno in parlamento, ma forse ottieni il 52% dei seggi al bar più vicino. Se sei in coalizione e questa supera lo sbarramento entri in parlamento, ma a meno che tu non sia la forza trainante di una coalizione composta da altri trenta partiti che portano l’1,qualcosa % a testa, il 52% dei seggi te lo scordi. Attenzione però, in questo caso forse è possibile: se il primo partito di coalizione prende il 6% e con lui ci sono 31 partiti che portano l’1% allora l’unico ad entrare in parlamento dovrebbe essere quello con il 6%, che di conseguenza farebbe incetta di tutti i seggi! Capperi ho svelato l’arcano. Dite che è una coalizione fantasiosa quella prospettata? Non in Italia. Ce l’ho già fatta? Forse sì, era più semplice del previsto.

Ma come potrebbe essere composta questa famigerata coalizione? Ci provo:

1. Sinistra Ecologia Libertà e frutti di bosco 6%

1% ciascuno per i seguenti 31

2. Partito comunista dei lavoratori

3. Partito comunista dei disoccupati

4. Partito comunista degli sfaticati

5. Partito dei pensionati

6. Partito in memoria dei pensionati che non ci sono più

7. Partito degli alcolisti anonimi

8. Partito degli ex alcolisti anonimi

9. Partito dei giocatori di calcetto del mercoledì

10. Partito dei videogiocatori di calcio

11. Partito degli amanti dei criceti indonesiani

12. Partito per la salvaguardia di una aiuola di Vattelappesca

13. Partito di quelli che non hanno trovato un partito

14. Partito degli espulsi dal M5S

15. Partito dei possessori di uno smartphone Ubuntu

16. Partito delle donne femminili ma non femministe

16. Partito degli uomini con tre capezzoli

17. Partito degli allevatori di formiche rosse

18. Partito degli allevatori di formiche nere (acerrimi nemici di quelli sopra, ma per il potere si fa tutto)

19. Partito dei pescatori del giovedì

20. Partito nazionalfasciocomunista

21. Partito di quelli che il subbuteo è meglio del calcio balilla

22. Partito del rubamazzetto (questo potrebbe farcela anche da solo, o eventualmente insieme al prossimo)

23. Partito dell’asso pigliatutto (Ci sono grossi contrasti perché tutti vogliono fare l’asso)

24. Partito degli attori porno in pensione

25. Partito dei nipoti dei reduci della prima guerra Punica

26. Movimento operaio che va in paradiso

27. Movimento dall’andamento lento

28. Illusione ottica di un movimento

29. Giuliano Ferrara

30. Povia

31. Partito di quelli che pagano le tasse davvero

 

Era più semplice di quanto pensassi. Ma se poi un’altra coalizione prende il 38% questi che fine fanno? Niente maggioranza? Noooooooooo