Password

L'immagine sul desktop non faceva che ricordargli di lei. La prima volta che l'aveva vista era rimasto senza parole, adesso gli aveva definitivamente mozzato il respiro.

La password scadrà tra due giorni, si desidera cambiarla adesso?

Sorrise, due giorni sono un sacco di tempo. Tossì e digitò la nuova password:

addio

Quella maledetta macchiolina lo avrebbe ucciso presto.
Sorrise e tossì ancora.

Viale dei gianti

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Un libro che ci ricorda che la lettura può essere entusiasmante. Credo sia la miglior definizione che si possa dare di Viale dei giganti, opera che rasenta la perfezione: la costruzione del protagonista, Al, è minuziosa, psicologicamente molto accurata, empatica. Il contesto familiare, sociale e culturale in cui Al nasce, cresce e vive, è altrettanto ben delineato e, aspetto fondamentale, contestualizza con precisione la vicenda, o sarebbe meglio dire le peripezie, del protagonista.
Dugain ci conduce per mano in un viaggio attraverso la malattia, mostrandoci come questa possa celarsi dietro una normalità anche piuttosto banale. L'ennesima, ma sempre utile dimostrazione, che l'uomo non è monotematico, che ognuno di noi non è definibile attraverso squallide definizioni tipo buono, cattivo, normale, pazzo. Ogni uomo è un universo, ormai avremmo dovuto capirlo, all'interno del quale la vita scorre imprevedibile.
Ma ognuno di noi, piaccia o no, è anche frutto del contesto in cui cresce, e quello di Al è talmente opprimente e deprimente, così privo di amore che non può far altro che generare un uomo dalle mille contraddizioni, che alla fine ti ritrovi, se non ad amare, almeno a comprendere profondamente.
Così il mostro, quello che spesso ancora oggi i media inseguono nei casi di delitti efferati, non esiste come entità assoluta, quasi aliena rispetto al mondo.
La storia di Al è anche, se non soprattutto, una critica non troppo velata alla società, incapace di tutelare i più deboli ma perfettamente in grado di punirli e abbandonarli, quasi in contemporanea. Una critica che assume toni ancor più feroci poiché Al, che avrebbe bisogno di affetto e attenzioni, si muove negli anni dei figli dei fiori, promotori di un amore che, agli occhi del protagonista, è soltanto un modo per rimediare un po' di sesso gratis e vivere ai margini (visti trenta anni dopo mi sentirei anche di condividere).
Detto del protagonista, non posso non aggiungere che anche i personaggi secondari si muovono ottimamante sullo sfondo, caratterizzando in maniera eccezionale il contesto sociale di cui sopra. A voler cercare il pelo nell'uovo, soltanto la madre di Al lascia qualche dubbio: forse troppo monodimensionale, assume il ruolo del cattivo da fiaba, appiattendosi un po' su una visione convenzionale dell'essere umano. I blandi tentativi di caratterizzarla meglio finiscono per non riuscire, ed è un peccato.
Ciò non toglie che Viale dei giganti sia da leggere assolutamente, possibilmente riflettendo bene sulla storia di Al.

Nulla, solo la notte

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Sono tra i tanti che ritengono Stoner un capolavoro, per cui non potevo davvero esimermi dal leggere questo libro. Bisogna subito fare dei distinguo: quello più banale, che ogni opera di un artista è una storia a sé; quello più adeguato, che Nulla, solo la notte è un'opera giovanile, scritta quando Williams aveva circa venti anni. Ne conseguono tutti i limiti e tutti gli spunti interessanti del caso.
Il paragone con Stoner, però, non sussiste. Questo libro non è un capolavoro, ma una lettura piacevole senza dubbio, tra le cui righe si scorgono bagliori di quel genio che esploderà definitivamente con Stoner. Non mancano i passaggi ingenui, figli di quella leggerezza che caratterizza ogni ventenne del mondo, seppur mitigati, contenuti all'interno del recinto di realismo attraverso il quale Williams guarda il mondo.
I personaggi dell'autore americano hanno sempre una macchia, una debolezza con cui cercano di convivere, sperimentando tutta la difficoltà di affrontare i propri dèmoni. Arthur, il protagonista, appartiene senza dubbio a questa categoria e cammina spaurito, barcollando, lungo il sentiero della vita. Paga colpe non sue (come tutti del resto) che lo condizionano fino a trasformarlo in qualcosa che non sarebbe mai diventato (forse).
Il momento della rivelazione non coincide, come si potrebbe sperare, con quello della liberazione, ma piuttosto con la fine della speranza, con la rassegnazione alla solitudine.
Da leggere.

Sulle (e alle) case editrici

Piccola premessa: questo post nasce in seguito a diversi tentativi di organizzare delle presentazioni di libri in una piccola libreria di un piccolo centro. Il primo contatto con le case editrici è stato quasi sempre vano e non ha avuto seguito. Insomma, non risponde nessuno.
In altri, rari casi, dopo aver ottenuto la prima risposta ed aver spiegato il progetto, è caduto nuovamente il silenzio. **
Quotidianamente ci si lamenta del fatto che in Italia si legge poco, che i libri non si vendono, che la crisi ha ulteriormente aggravato la situazione ecc. ecc.
Allora un fesso come me, che vorrebbe organizzare degli eventi per portare un po' di cultura, o di semplice intrattenimento letterario, in un piccolo centro, prova ad organizzare qualche evento. Il silenzio dall'altra parte è inquietante (nonché imbarazzante per chi si nasconde dietro di esso).
Chi risponde parte subito con alcune domande, tipo: **l'autore è vostro ospite? Viaggio, vitto e alloggio sono a vostro carico?
** Domande lecite, direte voi. Forse, ammesso che sia lecito rispondere: va bene, ma poi facciamo un contrattino che mi riconosca una provvigione su tutti i libri venduti in Italia?
Poiché una simile risposta non è contemplata, mi permetto di suggerire alle case editrici, che sono delle imprese, delle attività (anche) commerciali, che il prodotto-libro, per essere venduto, deve essere promosso. Non basta organizzare qualche presentazione di best-sellers presso la Feltrinelli di turno e lasciare il resto al caso, o al passaparola. No, le aziende devono investire tempo e risorse sui propri prodotti, per cui scaricare i costi su chi si mette a disposizione per aiutare (gratuitamente) a diffondere un libro, è semplicemente ridicolo.
Fatevene una ragione, se volete che si legga di più, dovete investire di più.
Oltre alle presentazioni ho proposto di portare alcuni libri nelle scuole. Risposta: bellissimo, non lo abbiamo mai fatto (ma va?), come vorrebbe procedere? Rispondo e, guarda un po', cala di nuovo il silenzio. Possibile che la mia idea sia una vaccata, non lo metto in dubbio. Allora rispondete che il progetto andrebbe rivisto, magari suggerite qualcosa, ma il silenzio che significato ha?
Pensate davvero di poter migliorare i dati di vendita se non coinvolgete i ragazzi in età scolare? Quello è il momento in cui si diventa lettori, se perdete il treno la frittata è fatta. Come nello sport, bisogna investire sui giovani.
Tutto quanto esposto non era volto a presentare quelle poche opere che vendono tanto di per sé, non volevo i Dan Brown di turno, ma avrei gradito presentare libri che non fanno grandi numeri. Evidentemente si preferisce vendere poco, incassare il minimo senza però rischiare nulla.
La storia del nostro Paese.

Mattatoio n.5

MATTATOIO_N._5_di_KURT_VONNEGUT

Considerato un classico della fantascienza, il libro di Vonnegut andrebbe collocato più precisamente nella letteratura di guerra: il fulcro del romanzo non sono infatti i viaggi nel tempo del protagonista, quanto l'orrore del bombardamento di Dresda e della guerra in generale.
Ora, che la storia del protagonista, Billy Pilgrim, venga narrata come un insieme di viaggi nel tempo, non rende il libro un'opera di fantascienza. Anche il rapimento alieno, di cui si parla abbondantemente, non è altro che un espediente funzionale alla feroce critica alla guerra che si scatena durante tutto il racconto.
Piuttosto, i viaggi nel tempo possono essere letti come un escamotage che anticipa la tecnica dei flashback e dei flash forward.
Disquisizioni tecniche a parte, Mattatoio n.5 è un libro gradevole, non un miracolo, ma assolutamente piacevole. Parte benissimo, con un primo capitolo davvero notevole sotto tutti i punti di vista, che crea un'atmosfera densa di pathos. Poi la tensione si alleggerisce (per precisa volontà dell'autore) e il rapporto del lettore con il libro si incrina un po', come accade quando la passione viene meno.
Si prosegue così, tra episodi più o meno riusciti, senza però raggiungere mai le vette raggiunte nella parte iniziale; la lettura, di conseguenza, si trascina pesantemente o scorre rapida, creando ulteriore confusione.
Probabilmente un libro da leggere in giovane età, durante le scuole superiori, quando il disincanto tipico della adolescenza favorisce l'interazione con lo stile che caratterizza Mattatoio n.5

L’innocenza delle caramelle

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Conosciuto soprattutto per le sue opere teatrali, con questa raccolta di racconti Tennessee Williams dimostra tutto il suo talento per la scrittura, inanellando una serie di short stories praticamente impeccabili. In ognuno di questi piccoli capolavori troverete gli aspetti più grotteschi e inquietanti dell'essere umano, tutto il devastante potere che la società può esercitare sui più deboli, ma anche tutta la poesia racchiusa in ogni esistenza, anche la più insignificante o la più abbietta.
Per certi versi, la vera forza di questi racconti sta nel presentare il "solito" lato oscuro dell'America del Novecento e renderlo, in qualche modo, a tinte meno fosche. Il tutto senza alcuna celebrazione, senza alcuna distorsione della realtà, ma semplicemente tratteggiando magistralmente i personaggi, a cui non puoi fare a meno di affezionarti.
Proprio a proposito della costruzione dei personaggi è doveroso fare un ultimo inchino al grande Tennessee: gli bastano poche righe per definirli esaustivamente, per esplorarne il carattere, la storia e ciò che risulta dal loro mix. Sicuramente, il talento e la passione per il teatro lo aiutano molto nel processo creativo, ma non si può non restare sbalorditi dalla semplicità con cui i suoi personaggi prendono vita.
Insomma, un libro da comprare a occhi chiusi e divorare con la mente bene aperta.

Panopticon

PANOPTICONPanopticon è un libro difficile da recensire, colpa di un finale che ne risolleva parzialmente le sorti ma non può, ovviamente, salvare l’opera nel suo complesso.

La storia, come sempre molto in breve, è quella di una adolescente (Anais) che non ha mai avuto una famiglia propria, per cui ha vissuto tra famiglie affidatarie, riformatori e case famiglia. La mancanza di radici porta la giovane a credere di essere frutto di un esperimento, a credersi una sorta di topo da laboratorio.

Noi la incontriamo nel momento in cui viene affidata al Panopticon, la struttura che ospita altri giovani nelle stesse condizioni. Ora, la storia della ragazza dalla vita difficile è potenzialmente interessante e nemmeno troppo difficile da sviluppare; in realtà per quasi trecento pagine la narrazione scorre piuttosto piatta, incapace di creare la benché minima empatia con la protagonista: non basta metterle in bocca molte parolacce (che ci stanno tutte, intendiamoci, anzi la cosa strana sono le intuizioni e le espressioni che Anais a volte tira fuori dal cilindro, palesemente in contrasto con il personaggio) e raccontare qualche evento della sua vita per farci immedesimare. Chi scrive dovrebbe farci vivere il tormento e le difficoltà della ragazza, ma non riesce nell’impresa fino alla straziante e splendida parte finale, circa cento pagine davvero ben riuscite.

Intendiamoci, oltre al finale ci sono altri aspetti ben riusciti: la caratterizzazione dei personaggi, anche se finiscono con il somigliarsi tutti, è molto credibile e denota la conoscenza di certi ambienti. I dialoghi sono costruiti bene e la lettura scorre sempre fluida. Quel che manca, per lunghi tratti, è il coinvolgimento emotivo.

In conclusione, un libro su cui non buttarsi a capofitto ma da prendere in considerazione.