Siam pronti alla morte, siamo già morti.

L'ennesimo atto di follia umana si è consumato ieri a Napoli, quando un quattordicenne è stato seviziato con l'aria compressa.
Un fatto del genere non ha bisogno di molti approfondimenti, né vedo la necessità di commentare le giustificazioni dei parenti degli aggressori, che parlano di questo atto di violenza inaudita come di un gioco finito male. Devi essere molto stupido per pensare che sparare dell'aria compressa nell'intestino di un bambino sia un gioco.
Quel che voglio commentare è invece la totale assenza, per le strade di Napoli e per quelle virtuali del web, di atti di solidarietà nei confronti della vittima. Non ho visto le scene di disperazione seguite all'omicidio del ragazzo prima della finale di coppa italia, né quelle, ancor più massicce, seguite all'omicidio del giovane napoletano per mano di un carabiniere.
Quando queste cose succedono a Napoli, il risalto mediatico è subito enfatizzato, perché il pregiudizio degli italiani va costantemente alimentato. Se accade che nessuno, dico nessuno, alzi la voce per dire che aggredire un quattordicenne in questo modo è, per lo meno, sbagliato, allora il pregiudizio rischia di connotarsi come un giudizio. Il male assoluto ovviamente.
Purtroppo però gente in strada a Napoli non ne ho vista. Ma nemmeno sul web, dove tutti solidarizzano con tutti, dove i gatti (soprattutto) vengono costantemente osannati come salvatori del mondo e i cani (un po' meno) vengono elevati a simbolo di amore assoluto, nessuno si è strappato i capelli virtuali per il bambino seviziato. E sul web non credo ci siano solo napoletani.
Questa vicenda dimostra ancora una volta, ma non se ne sentiva il bisogno, che l'italiano è pieno di pregiudizi, ragiona per stereotipi e se ne frega delle vittime innocenti. Sono i personaggi torbidi che l'italiano ama (e vota), quelli puliti non piacciono.
Perché? L'unica risposta che ho in mente è che, così facendo, si possa scatenare il millenario vittimismo italiano, che affibbia le colpe sempre "agli altri"; continuiamo ad essere carnefici di noi stessi e ad accusare il resto dell'universo, così l'Italia è morta.

In their eyes

Capita raramente, nel 2014, di rimanere scioccati. Vediamo e sentiamo di tutto e tutto ci scivola addosso con leggerezza, al massimo provocando un breve e (nemmeno troppo) fastidioso prurito.
Succede poi che una mattina ti imbatti in una galleria fotografica (http://www.msnbc.com/msnbc/syrian-refugees-turkey) e, in particolare, in questa foto:

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L'intensità è sconvolgente, senti lo stomaco attorcigliarsi, ti commuovi un po'. Allo stesso tempo ti rallegri, perché c'è ancora qualcosa che ti scuote dal torpore, qualcosa che ti ricorda di avere un'anima sensibile nascosta da qualche parte. Troppo spesso, direi quotidianamente, dobbiamo limitare la nostra sensibilità per correre dietro al mondo che abbiamo costruito, un bolide ormai fuori controllo; così celiamo la nostra anima, più per proteggerla che per nasconderla, nella speranza che riesca a preservare un minimo di capacità di aprirsi ai sentimenti.
Ed ecco, improvvisamente, gli occhi di questi due bambini riescono a scovare il nostro io sensibile, a scuoterlo dal torpore, a sussurargli che in molti, troppi, luoghi del mondo, ci sarebbe bisogno di lui.
Ti trovi a fissare quegli occhi persi nell'infinito, alla ricerca di una serenità che pare impossibile, increduli di fronte alla crudeltà che un bambino non dovrebbe mai conoscere.
Vorresti tender loro la mano, tirarli fuori da quell'inferno, aiutarli. E pensi, non puoi farne proprio a meno, a quei coglioni *(come altro definirli) che sbraitano contro gli immigrati, che vorrebbero abbattere le navi cariche di disperati che scappano dalle guerre e che vengono semplicisticamente etichettati come clandestini.
Li senti tirar fuori la solita frase "aiutiamoli a casa loro" senza sapere dove si trova questa casa, in che condizioni è, se è ancora in piedi. Questi ignoranti trogloditi (e sì, sempre *
coglioni
) che non saprebbero indicare su una cartina la Siria (tanto per fare un esempio) e che di sicuro non hanno la minima idea di come si sia giunti a costruire l'attuale Medio Oriente, propongono l'uso dei fucili, dei cannoni, dei missili e chi più ne ha più ne metta, contro barconi che trasportano bambini come questi. E, tra l'altro, non sanno nemmeno che la maggioranza dei clandestini arriva in aereo.
Vorrei tanto poter barattare un Salvini con questi due bambini, purtroppo non è possibile. Allora continuo a fremere di rabbia, a fissare quegli occhi che cercano la dignità che dovrebbe essere un diritto per ogni essere umano, a tendere la mano verso il video per fare una carezza ai bambini e a maledire il mondo che, bastardo, mi richiama ai miei compiti.

Il ristorante

Ho lavorato in questo ristorante per dieci anni. Stipendio buono, grandi soddisfazioni, clientela di "bella gente", come diceva il proprietario. Personalmente, di bello nei clienti ho sempre trovato poco, tranne il sedere di una ragazza che accompagnava sempre un vecchio ricchissimo. Non era la sua badante, ma badava molto bene all'eredità del vegliardo.
Quando lui è morto i figli hanno incassato tutto e la ragazza è venuta a fare un colloquio per lavorare come cameriera. Il proprietario le disse "le faremo sapere" e da allora non l'ho più vista. Peccato. Mi dicono che oggi si spoglia online di fronte ad una webcam e puoi pagarla con paypal. Non ho capito che significhi tutto ciò, ma il pensiero di lei nuda è piacevole.
Sono un tipo strano, che non ama lavorare per gli altri. Così qualche mese fa ho messo in piedi una cordata di imprenditori pronti a tutto (io, mia moglie, mia nonna e un vicino di casa disoccupato) e ho rilevato il ristorante. Io e i miei soci abbiamo festeggiato con una cena luculliana, la nonna ha mangiato una fiorentina intera nonostante i centodue anni e la dentiera distrutta. L'ho convinta che sarebbe stato meglio aiutarmi a comprare il ristorante che spendere soldi per una dentiera nuova che avrebbe portato nella tomba. Ha titubato, ma quando le ho prospettato la possibilità che qualcuno andasse a riesumarla nottetempo per rubare la dentiera scintillante, ha accettato. Dice che quando sarà di là non vuol più avere a che fare con noi di qua. Come darle torto?
Convinto che i clienti venissero al ristorante per il buon cibo, ho imposto una nuova regola: niente cani. Sì lo so, è la moda del momento, tutti hanno un amico a quattro zampe (io avevo una amica a quattro zampe che era la fine del mondo, una vera cagna) ma io i cani non li sopporto. Non li cucino ma non li voglio nel mio ristorante.
Bene, la "bella gente" ha abbandonato il locale. Niente più cani con indosso la pelliccia di visone o con eleganti giacche a fantasia scozzese. Ma perché si può ammazzare un visone (pare che esista davvero!) per fare la pelliccia al cane, ma non si può tenere fuori il cane dal mio ristorante?
Mistero di fido. Il lavoro è calato molto e i miei attuali clienti vestono peggio dei cani che frequentavano il locale. La nonna minaccia di adire alle vie legali se non rientrerà dell'investimento e il vicino disoccupato, dopo aver fatto il cameriere per due giorni, ha detto che in qualità di socio gli spetta un ruolo dirigenziale, così rimane a casa e telefona per sapere come va. Un perfetto manager all'italiana.
Mia moglie non si lamenta, ma a lei i soldi per il ristorante li ha dati l'amante, che temo venga a reclamare il dovuto, prima o poi. Non saprei cosa dirgli, quando ci sono gli euro di mezzo la risposta "vai a letto con mia moglie" non è una giustificazione sufficiente per evitare di rendere il maltolto.
Ieri abbiamo toccato il fondo: ho trovato una enorme cacca di cane di fronte all'ingresso, un chiaro segno intimidatorio da parte della lobby dei quattrozampe. Per ripulire ho dovuto utilizzare un sacchetto dell'immondizia di dimensioni condominiali e un flacone da cinque litri di candeggina. Sono andato in cucina e ho pianto su una bistecca di maiale.
E ho capito di aver cucinato l'animale sbagliato.

L’opera galleggiante

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Barth è un grande esploratore del lato oscuro dell'uomo, uno che non va tanto per il sottile quando si tratta di sviscerare tutte le nostre debolezze e sbattercele in faccia senza complimenti. L'opera galleggiante irride l'uomo e la vita stessa, non fa altro.
Mica poco, sia chiaro, soprattutto se lo fa con una leggerezza tale che, a volte, dimentichiamo quanto sia inquietante la realtà che sta dietro la vicenda sapientemente narrata. La grandezza di Barth risiede proprio in questo: narrare una storia che diventa, con il passare del tempo, del tutto secondaria rispetto all'obiettivo esistenzial filosofico che l'autore si pone. Tant'è che la sua scrittura è piena di divagazioni che poco o nulla aggiungono alla storia, non fosse per il fatto che, in fin dei conti, a Barth della storia in sé interessa poco. Non pensiate però di trovarvi di fronte al solito filosofo fallito che si butta sulla narrativa per sfogare le sue frustrazioni, finendo per scrivere una sorta di enciclopedia di turbe tardo-adolescenziali irrisolte. Barth parla di esistenzialismo senza (quasi mai) farvelo notare.
Ha una strana fissazione per i triangoli amorosi, che di amoroso non hanno nulla, come già detto per La fine della strada. L'opera galleggiante però ci svela, in parte, il perché di questa sua ossessione, o almeno mi è sembrato di capire qualcosa in più al riguardo. Ovviamente evito di assillarvi con le mie elucubrazioni, altrimenti rischierei un enorme spoiler e, soprattutto, non credo che possano interessarvi. Così come non vi dico molto del libro, poiché addentrarsi in esso vorrebbe dire parlare troppo. Mi limito a dire che la conclusione della lunga ricerca di Barth mi trova totalmente d'accordo, pur non essendo particolarmente originale.
Un libro da leggere, non semplicissimo, soprattutto se amate le storie lineari, ma che racconta il genere umano come in pochi hanno fatto.

Viale dei gianti

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Un libro che ci ricorda che la lettura può essere entusiasmante. Credo sia la miglior definizione che si possa dare di Viale dei giganti, opera che rasenta la perfezione: la costruzione del protagonista, Al, è minuziosa, psicologicamente molto accurata, empatica. Il contesto familiare, sociale e culturale in cui Al nasce, cresce e vive, è altrettanto ben delineato e, aspetto fondamentale, contestualizza con precisione la vicenda, o sarebbe meglio dire le peripezie, del protagonista.
Dugain ci conduce per mano in un viaggio attraverso la malattia, mostrandoci come questa possa celarsi dietro una normalità anche piuttosto banale. L'ennesima, ma sempre utile dimostrazione, che l'uomo non è monotematico, che ognuno di noi non è definibile attraverso squallide definizioni tipo buono, cattivo, normale, pazzo. Ogni uomo è un universo, ormai avremmo dovuto capirlo, all'interno del quale la vita scorre imprevedibile.
Ma ognuno di noi, piaccia o no, è anche frutto del contesto in cui cresce, e quello di Al è talmente opprimente e deprimente, così privo di amore che non può far altro che generare un uomo dalle mille contraddizioni, che alla fine ti ritrovi, se non ad amare, almeno a comprendere profondamente.
Così il mostro, quello che spesso ancora oggi i media inseguono nei casi di delitti efferati, non esiste come entità assoluta, quasi aliena rispetto al mondo.
La storia di Al è anche, se non soprattutto, una critica non troppo velata alla società, incapace di tutelare i più deboli ma perfettamente in grado di punirli e abbandonarli, quasi in contemporanea. Una critica che assume toni ancor più feroci poiché Al, che avrebbe bisogno di affetto e attenzioni, si muove negli anni dei figli dei fiori, promotori di un amore che, agli occhi del protagonista, è soltanto un modo per rimediare un po' di sesso gratis e vivere ai margini (visti trenta anni dopo mi sentirei anche di condividere).
Detto del protagonista, non posso non aggiungere che anche i personaggi secondari si muovono ottimamante sullo sfondo, caratterizzando in maniera eccezionale il contesto sociale di cui sopra. A voler cercare il pelo nell'uovo, soltanto la madre di Al lascia qualche dubbio: forse troppo monodimensionale, assume il ruolo del cattivo da fiaba, appiattendosi un po' su una visione convenzionale dell'essere umano. I blandi tentativi di caratterizzarla meglio finiscono per non riuscire, ed è un peccato.
Ciò non toglie che Viale dei giganti sia da leggere assolutamente, possibilmente riflettendo bene sulla storia di Al.

Nulla, solo la notte

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Sono tra i tanti che ritengono Stoner un capolavoro, per cui non potevo davvero esimermi dal leggere questo libro. Bisogna subito fare dei distinguo: quello più banale, che ogni opera di un artista è una storia a sé; quello più adeguato, che Nulla, solo la notte è un'opera giovanile, scritta quando Williams aveva circa venti anni. Ne conseguono tutti i limiti e tutti gli spunti interessanti del caso.
Il paragone con Stoner, però, non sussiste. Questo libro non è un capolavoro, ma una lettura piacevole senza dubbio, tra le cui righe si scorgono bagliori di quel genio che esploderà definitivamente con Stoner. Non mancano i passaggi ingenui, figli di quella leggerezza che caratterizza ogni ventenne del mondo, seppur mitigati, contenuti all'interno del recinto di realismo attraverso il quale Williams guarda il mondo.
I personaggi dell'autore americano hanno sempre una macchia, una debolezza con cui cercano di convivere, sperimentando tutta la difficoltà di affrontare i propri dèmoni. Arthur, il protagonista, appartiene senza dubbio a questa categoria e cammina spaurito, barcollando, lungo il sentiero della vita. Paga colpe non sue (come tutti del resto) che lo condizionano fino a trasformarlo in qualcosa che non sarebbe mai diventato (forse).
Il momento della rivelazione non coincide, come si potrebbe sperare, con quello della liberazione, ma piuttosto con la fine della speranza, con la rassegnazione alla solitudine.
Da leggere.

Mattatoio n.5

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Considerato un classico della fantascienza, il libro di Vonnegut andrebbe collocato più precisamente nella letteratura di guerra: il fulcro del romanzo non sono infatti i viaggi nel tempo del protagonista, quanto l'orrore del bombardamento di Dresda e della guerra in generale.
Ora, che la storia del protagonista, Billy Pilgrim, venga narrata come un insieme di viaggi nel tempo, non rende il libro un'opera di fantascienza. Anche il rapimento alieno, di cui si parla abbondantemente, non è altro che un espediente funzionale alla feroce critica alla guerra che si scatena durante tutto il racconto.
Piuttosto, i viaggi nel tempo possono essere letti come un escamotage che anticipa la tecnica dei flashback e dei flash forward.
Disquisizioni tecniche a parte, Mattatoio n.5 è un libro gradevole, non un miracolo, ma assolutamente piacevole. Parte benissimo, con un primo capitolo davvero notevole sotto tutti i punti di vista, che crea un'atmosfera densa di pathos. Poi la tensione si alleggerisce (per precisa volontà dell'autore) e il rapporto del lettore con il libro si incrina un po', come accade quando la passione viene meno.
Si prosegue così, tra episodi più o meno riusciti, senza però raggiungere mai le vette raggiunte nella parte iniziale; la lettura, di conseguenza, si trascina pesantemente o scorre rapida, creando ulteriore confusione.
Probabilmente un libro da leggere in giovane età, durante le scuole superiori, quando il disincanto tipico della adolescenza favorisce l'interazione con lo stile che caratterizza Mattatoio n.5

L’innocenza delle caramelle

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Conosciuto soprattutto per le sue opere teatrali, con questa raccolta di racconti Tennessee Williams dimostra tutto il suo talento per la scrittura, inanellando una serie di short stories praticamente impeccabili. In ognuno di questi piccoli capolavori troverete gli aspetti più grotteschi e inquietanti dell'essere umano, tutto il devastante potere che la società può esercitare sui più deboli, ma anche tutta la poesia racchiusa in ogni esistenza, anche la più insignificante o la più abbietta.
Per certi versi, la vera forza di questi racconti sta nel presentare il "solito" lato oscuro dell'America del Novecento e renderlo, in qualche modo, a tinte meno fosche. Il tutto senza alcuna celebrazione, senza alcuna distorsione della realtà, ma semplicemente tratteggiando magistralmente i personaggi, a cui non puoi fare a meno di affezionarti.
Proprio a proposito della costruzione dei personaggi è doveroso fare un ultimo inchino al grande Tennessee: gli bastano poche righe per definirli esaustivamente, per esplorarne il carattere, la storia e ciò che risulta dal loro mix. Sicuramente, il talento e la passione per il teatro lo aiutano molto nel processo creativo, ma non si può non restare sbalorditi dalla semplicità con cui i suoi personaggi prendono vita.
Insomma, un libro da comprare a occhi chiusi e divorare con la mente bene aperta.

Panopticon

PANOPTICONPanopticon è un libro difficile da recensire, colpa di un finale che ne risolleva parzialmente le sorti ma non può, ovviamente, salvare l’opera nel suo complesso.

La storia, come sempre molto in breve, è quella di una adolescente (Anais) che non ha mai avuto una famiglia propria, per cui ha vissuto tra famiglie affidatarie, riformatori e case famiglia. La mancanza di radici porta la giovane a credere di essere frutto di un esperimento, a credersi una sorta di topo da laboratorio.

Noi la incontriamo nel momento in cui viene affidata al Panopticon, la struttura che ospita altri giovani nelle stesse condizioni. Ora, la storia della ragazza dalla vita difficile è potenzialmente interessante e nemmeno troppo difficile da sviluppare; in realtà per quasi trecento pagine la narrazione scorre piuttosto piatta, incapace di creare la benché minima empatia con la protagonista: non basta metterle in bocca molte parolacce (che ci stanno tutte, intendiamoci, anzi la cosa strana sono le intuizioni e le espressioni che Anais a volte tira fuori dal cilindro, palesemente in contrasto con il personaggio) e raccontare qualche evento della sua vita per farci immedesimare. Chi scrive dovrebbe farci vivere il tormento e le difficoltà della ragazza, ma non riesce nell’impresa fino alla straziante e splendida parte finale, circa cento pagine davvero ben riuscite.

Intendiamoci, oltre al finale ci sono altri aspetti ben riusciti: la caratterizzazione dei personaggi, anche se finiscono con il somigliarsi tutti, è molto credibile e denota la conoscenza di certi ambienti. I dialoghi sono costruiti bene e la lettura scorre sempre fluida. Quel che manca, per lunghi tratti, è il coinvolgimento emotivo.

In conclusione, un libro su cui non buttarsi a capofitto ma da prendere in considerazione.

La Statua di Sale

File.ashxNegli ultimi tempi vado sempre più convincendomi che, tranne in rarissimi casi, i migliori libri siano stati scritti tra XIX e XX secolo. L’opera di Gore Vidal non sfugge a questa regola non scritta: La statua di Sale è, semplicemente, un grande libro. Lo è per lo stile scorrevole e secco, lo è per la costruzione dei personaggi (soprattutto del protagonista), lo è perché non si perde in inutili descrizioni, che per uno strano caso del destino ho trovato in molti degli ultimi libri letti.

Ma quel che più stupisce di un libro scritto nel 1947 è la leggerezza e l’efficacia con cui viene trattato il tema dell’omosessualità. Se si pensa a quanto sia difficile ancora oggi parlare di questo argomento senza scatenare vespai, immaginiamo il coraggio (o l’incoscienza) con cui il giovane Vidal decise di esporsi al pubblico. Rimane il fatto che il coraggio è stato ben ripagato, ed il libro è una pietra miliare, un viaggio fantastico in un mondo ormai lontano che, in fondo, non è poi così diverso dal nostro: stesse ipocrisie, stesse difficoltà per chi si trova, in un modo o nell’altro, a vivere una condizione che conduce all’emarginazione.

Ma le ipocrisie vengono facilmente smascherate, così veniamo catapultati nel nascente paradiso hollywoodiano, in cui l’omosessualità è la norma ma la regola è il silenzio e la falsità. Un mondo di celluloide che rimane tale anche al di fuori del set.

Il protagonista ovviamente è il punto di forza del romanzo: impegnato in una ricerca dall’esito piuttosto incerto, vive la sua omosessualità cercando di farlo nel modo più semplice possibile, pur dovendo spesso indossare una maschera. Ma la sua ricerca, la sua voglia di amore, nonostante tutto rimangono vive.

Così, tra una storia d’amore e l’altra, tra amicizie che sembrano poter diventare altro, si giunge al finale, potente, devastante, che però non è altro che il giusto coronamento ad un romanzo fresco e dinamico, come non se ne leggono più.