Sempre in attesa di un miracolo

Il giorno dopo è sempre il più divertente, oggi non fa eccezioni. L'Italia è fuori dal mondiale, tutti sparano sentenze, fioccano i "lo dicevo io", si parla degli assenti ecc. ecc. Fondamentalmente, dell'eliminazione mi interessa poco: il calcio ormai lo guardo poco e con distacco, il mondiale è un evento che uso come scusa per passare un po' di tempo con gli amici, bere una birra e sparare le sentenze di cui sopra.
Il mondo del pallone è malato da decenni, sopraffatto dalle regole del mercato, del denaro e del conseguente malaffare. Ragion per cui la prima sentenza: con tutti i soldi che guadagnano, non ha ragion d'essere. Le regole del mercato sono queste, se sei in un settore che muove soldi (più sporchi che puliti) guadagni soldi che non meriti. Amen.
Per fortuna, al contrario del 2002, in pochi se la prendono con l'arbitro. Ci provano Prandelli e Chiellini, ma questa volta non gli vanno dietro i giornalisti e, soprattutto, il popolo dei social network, che dei presunti errori arbitrali se ne frega altamente. Dare la colpa agli altri stavolta non funziona, e in questi casi noi italiani andiamo nel panico, incapaci di assumerci le nostre responsabilità. Le dimissioni di Prandelli e Abete non sono una assunzione di responsabilità, sembrano più un atto dovuto, addirittura una liberazione, tanto che da quel momento in poi si scatena un tutti contro tutti patetico e grottesco.
D'altronde, se in due partite non fai un tiro in porta, non è colpa dell'arbitro. Se inizi a giocare soltanto a dieci minuti dalla fine, sull'onda della disperazione (calcistica s'intende), non è colpa dell'arbitro. Le lunghe passeggiate degli azzurri resteranno il simbolo di questo mondiale, atleti che non corrono, ventenni con i crampi, tipica contraddizione italiana. Come tipicamente italiana è la rassegnazione che i calciatori hanno messo in evidenza, anche questa simbolo del Paese di oggi.
La sentenza delle sentenze, manco a dirlo, è quella contro Balotelli. In questa mi ci metto anche io, ma lo faccio per la delusione che provo dopo averlo sostenuto per anni, illudendomi che potesse diventare il campione che dovrebbe essere. Ha tutto per spiccare, ma evidentemente non ne ha la voglia e il carattere, farà una carriera da giocatore come tanti, si riempirà le tasche di soldi (con cui manterrà i 200 figli che lascerà in giro) e niente di più. Contento lui, contenti tutti.
Ma affermare che la causa dell'eliminazione sia soltanto lui appartiene a quel giochetto di cui si parlava prima, ovvero scaricare la colpa su un capro espiatorio. Non può essere l'arbitro? Accenniamo al caldo, ma quando capiamo che anche questa soluzione è poco praticabile (in fondo sono secoli che la meniamo con il Paese del Sole) allora è colpa di Mario. E qui si incontra la solidarietà dei giornalisti e degli utenti dei social network.
Se in giro ci fosse un po' di gente disposta a fare autocritica, si potrebbe facilmente arrivare ad esaminare la disfatta con calma e distribuire le responsabilità tra tutti: i giocatori, tutti sottotono, esclusi forse uno o due. I preparatori atletici, che non hanno preparato un bel niente, Prandelli in stato confusionale (ma che rimane un ottimo allenatore a mio parere), i dirigenti federali (che ancora non capisco bene che ruolo abbiano) e i giornalisti che continuano nel doppio gioco: osannare questi tizi per poi massacrarli alla prima difficoltà.
La sconfitta fa parte dello sport e della vita, ma deve esserci dignità nel perdere, bisogna mettersi alla prova, non rinunciare in partenza. Stare fermi in mezzo al campo è offensivo nei confronti di chi, quotidianamente, prova con tutte le sue forze a vincere partite ben più importanti.
Stare fermi ad aspettare che piova un miracolo dal cielo è tipicamente italiano. E non funziona.

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