La Statua di Sale

File.ashxNegli ultimi tempi vado sempre più convincendomi che, tranne in rarissimi casi, i migliori libri siano stati scritti tra XIX e XX secolo. L’opera di Gore Vidal non sfugge a questa regola non scritta: La statua di Sale è, semplicemente, un grande libro. Lo è per lo stile scorrevole e secco, lo è per la costruzione dei personaggi (soprattutto del protagonista), lo è perché non si perde in inutili descrizioni, che per uno strano caso del destino ho trovato in molti degli ultimi libri letti.

Ma quel che più stupisce di un libro scritto nel 1947 è la leggerezza e l’efficacia con cui viene trattato il tema dell’omosessualità. Se si pensa a quanto sia difficile ancora oggi parlare di questo argomento senza scatenare vespai, immaginiamo il coraggio (o l’incoscienza) con cui il giovane Vidal decise di esporsi al pubblico. Rimane il fatto che il coraggio è stato ben ripagato, ed il libro è una pietra miliare, un viaggio fantastico in un mondo ormai lontano che, in fondo, non è poi così diverso dal nostro: stesse ipocrisie, stesse difficoltà per chi si trova, in un modo o nell’altro, a vivere una condizione che conduce all’emarginazione.

Ma le ipocrisie vengono facilmente smascherate, così veniamo catapultati nel nascente paradiso hollywoodiano, in cui l’omosessualità è la norma ma la regola è il silenzio e la falsità. Un mondo di celluloide che rimane tale anche al di fuori del set.

Il protagonista ovviamente è il punto di forza del romanzo: impegnato in una ricerca dall’esito piuttosto incerto, vive la sua omosessualità cercando di farlo nel modo più semplice possibile, pur dovendo spesso indossare una maschera. Ma la sua ricerca, la sua voglia di amore, nonostante tutto rimangono vive.

Così, tra una storia d’amore e l’altra, tra amicizie che sembrano poter diventare altro, si giunge al finale, potente, devastante, che però non è altro che il giusto coronamento ad un romanzo fresco e dinamico, come non se ne leggono più.

 

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