Gateway – La porta dell’infinito

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Giunto a metà del libro sono stato colto da una irrefrenabile voglia di portare a termine la lettura il prima possibile. Ottimo, direte voi, proprio per niente, rispondo io. Il desiderio di finire il libro era dettato dalla ferma convinzione che, se avessi tentennato ancora un po’, lo avrei gettato nel camino. Per fortuna questo presunto capolavoro della fantascienza è piuttosto breve e in un modo o nell’altro, arrancando oltremodo, si giunge alla parola fine.

Espongo brevemente i punti che fanno del libro una ciofeca:

Parto dalle sedute di psicoterapia del protagonista, Robinette, con una macchina: superficiali, stentate, al limite del ridicolo.

Per quanto riguarda gli aspetti fantascientifici siamo proprio in alto mare. Va bene, il libro è stato scritto nel 1974, ma come si fa a parlare di astronavi che viaggiano a velocità superiori a quelle della luce e parlare di registrazioni su nastro? Per tutto il resto si parla delle solite cose, senza particolari impennate di qualità.

La storia in sé è priva di qualsivoglia sussulto, scorre piatta, con un po’ di pathos soltanto nel finale, ma proprio un pizzico, niente più. Davvero poco da dire per un libro che viene spacciato per un miracolo di fantascienza. Nemmeno se fosse l’unico libro mai scritto potrebbe essere tale.

Gateway scalza dalla vetta della classifica dei libri più brutti mai letti Dead City, non era facile.

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