Ne ho ucciso un altro

Anche oggi ho rimediato un pasto. Non male. Adesso devo uccidere il tizio che me lo ha offerto, non posso sopportare l’idea che vada in giro a raccontare quanto è accaduto, farsi ammirare per quello che ha fatto e gettare merda sul sottoscritto, ricorrendo a tutta la classica sfilza di commenti pseudo solidali. Già il sorrisino soddisfatto con cui mi guarda dopo che ho buttato giù l’ultimo boccone è tutto un programma; sembra aver salvato il mondo con i tre euro scarsi spesi per offrirmi il lauto pasto. Non credo che la mia espressione dimostri gratitudine né particolare rispetto per questo tizio che crede di essere diventato una specie di divinità a cui sacrificherò il resto della mia esistenza. Fanno tutti così quelli che ti offrono qualcosa, pensano che la tua vita diventi di loro proprietà con qualche spicciolo. E’ un buon investimento, credono loro: tornano a casa e raccontano alla moglie che hanno comprato uno schiavo con gli avanzi del pasto quotidiano. Poi si siedono sul divano di fronte al televisore ultimo modello e, abbracciati alla consorte, sognano di scopare con la soubrette di turno che mostra le sue grazie senza problemi. Purtroppo i loro spiccioli non bastano per quelle, proprio no.
Esco dall’angusto locale in cui ho mangiato senza salutare il mio benefattore, cosciente che mi seguirà.
Mi segue.

Dice qualcosa che non ascolto, ma non sarà niente di diverso dal classico “bel modo di ringraziare” o stronzate del genere. Accelero il passo, lui farà altrettanto.
Accelera il passo.

E’ una scena strana credo, un tizio elegante che pedina un morto di fame coperto di stracci, di solito succede il contrario. Punto deciso al vicolo in cui vivo, la strada più sporca e puzzolente della città. Mi volterò appena girato l’angolo, lui esiterà e poi continuerà a seguirmi.

Esita un attimo e mi segue.

Apro la porticina in legno marcio nascosta dai bidoni dell’immondizia, il tipo elegante ancora mi segue. Scendo le scale che portano al seminterrato, lui si arresterà alla porticina.

Si ferma.

Allora gli urlo di scendere, che voglio sdebitarmi con lui. Balbetta qualcosa, dovrebbe essere il classico “non si preoccupi, non serve”. E’ il momento in cui il novello dio se la fa sotto di fronte al proprio suddito. Ha paura che lo derubi o lo ammazzi, o tutte e due le cose. Scenderà un paio di gradini, non di più.

Scende due gradini, si ferma di nuovo.

Questo è il momento in cui la curiosità frega il dio tornato uomo. Ma è anche l’attimo in cui la storia dell’umanità trova la sintesi perfetta: l’evoluzione è figlia della curiosità che sconfigge la paura. E’ così dal giorno del big bang, o da quello della Creazione. Da quando è stata fatta la frittata insomma. Torno indietro, lo prego di seguirmi. Lui accetterà.

Accetta.

Entriamo nel mio appartamento, un ex deposito di circa 300 metri quadri, un’unica enorme stanza con parquet a terra, preziosi tappeti orientali, qualche decina di poltrone sparse a casaccio, un tavolo lungo dodici metri, una cucina enorme incastonata nell’angolo lontano e tutta una serie di altri oggetti che non starò ad elencare. Uno scherzo che mi è costato un paio di milioni di euro. Lui adesso rimarrà in silenzio per qualche secondo, poi balbetterà e infine se ne andrà furioso.

Il silenzio dura più del previsto, accompagnato da uno sguardo inebetito che è la fine del mondo. Balbetta, grugnisce (questo

non me lo aspettavo) e imbestialito va via.

Chiudo la porta blindata, fatta di mogano o cose del genere, lascio la porticina in cima alle scale aperta. Prendo una birra dal frigo e mi siedo in poltrona a leggere “Le Monde”; non so una parola di francese, ma sentirmi mentre tento vanamente di pronunciare quelle parole effemminate mi diverte molto.

Ne ho ucciso un altro.

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