La Versione di Barney

La Versione di Barney è un libro schizofrenico e delirante, caotico eppure estremamente chiaro. Per tutte queste ragioni non se ne può parlare seguendo i canoni standard di una recensione: è impossibile non infilare tra i commenti qualche parolaccia, perché cazzo Richler è un pazzo furioso, e tutto il suo genio ha partorito Barney Panofsky, uno di quelli con cui vorresti passare ore a bere e chiacchierare, uno di quelli da cui ti farebbe piacere anche essere insultato, perché lo fa continuamente, ma con una classe ed una naturalezza che non hanno eguali.
Barney è anche un ribelle che si è istituzionalizzato, non tanto però da rinunciare del tutto a sé stesso: è diventato ricco facendo il produttore televisivo, eppure ha mantenuto un distacco quasi glaciale dal suo lavoro, e quando ne parla (poco) lo fa sempre ironicamente o addirittura riconoscendo che le sue produzioni sono penose. Rassegnato al fatto di dover vivere di quel lavoro di cui non gli importa niente, trova ogni via di fuga possibile per costruirsi una fortezza inaccessibile agli altri. E poiché il peso della vita sembra essere eccessivo anche per uno sagace ed ironico come lui, si aiuta con l’alcol, amico di tanti personaggi di successo.

Qui si potrebbe aprire una piccola parentesi: perché se un tizio ubriaco fa qualcosa di stupido nella vita reale è un idiota, mentre se la stessa stronzata è compiuta da un personaggio letterario allora siamo di fronte ad un grande? Perché accettiamo il male di vivere soltanto dai personaggi di fantasia e nella realtà siamo sempre pronti a condannare? Ipocrisia? Idiozia? Chi se ne frega.
Ma Barney è anche, e forse soprattutto, un bastardo dal cuore tenero. In realtà lo diventa con gli anni, dopo aver bruciato due matrimoni senza particolari rimorsi e, soprattutto, senza lo straccio di un buon ricordo. Ma il terzo matrimonio è quello che lo cambia, non tanto da metterlo in riga, ma abbastanza da costringerlo a scontrarsi con le sofferenze che soltanto il grande amore è capace di provocare.
Forse qui nasce l’unico problema di tutto il romanzo: Barney continua a bere. Cresce, matura, ma la bottiglia non la abbandona mai. E questo francamente è un po’ strano. Però, c’è un però… Sulla testa barcollante del buon Panofksy pende un sospetto di omicidio che lo accompagna per buona parte della vita: nonostante l’assoluzione in tribunale ha alle calcagna un cane di detective che spera sempre di incastrarlo, e tutti o quasi quelli che lo circondano sospettano di lui. E certo Barney non è uno di quelli che compie stragi ed il giorno dopo i vicini dipingono come mite, mansueto, sempre sorridente. No, Barney è un gran figlio di puttana, uno di quelli da cui ti aspetti ogni sorta di bassezza, un ebreo che smonta tutti i luoghi comuni sugli ebrei, un uomo ricco che sputa su tutti i beni materiali, purché non siano contenuti dentro una bottiglia. Quindi Panofsky è uno che ti aspetti possa anche ammazzare qualcuno, anche se è più probabile che finisca ammazzato. E alla fine, nonostante tutto, il sospetto che abbia ammazzato qualcuno mi è rimasto, anche se non la persona per cui era stato accusato.

Scritto in forma di diario riveduto e corretto dal figlio di Barney (altro colpo di genio) questo è uno di quei libri che non possono mancare nella vita di ognuno di noi, perché se c’è una cosa che ci insegna è che la vita è stupida, e prenderla troppo sul serio ci rende l’esercito di coglioni che effettivamente siamo. Fantastico.

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