Shining

 

shining-85515Ho sempre ritenuto estremamente limitante definire i romanzi di King semplicemente “horror” e la rilettura di Shining, a distanza di almeno quindici anni dalla prima volta, conferma tutte le mie perplessità sull’etichettatura  dello scrittore americano.

Shining è un libro sul paranormale se ci costringiamo a vederlo in questo modo: in realtà nulla impedirebbe di leggerlo in chiave psicologica. Il protagonista, Jack Torrance, ha alle spalle una storia difficile, sfociata nell’abuso di alcol che ha quasi portato alla distruzione della famiglia. Accetta il lavoro all’Overlook proprio per rimettere insieme i cocci, oltre che per finire la sua opera teatrale.

Tutto quello che accade durante il soggiorno all’hotel può essere interpretato in maniera ambivalente: è l’albergo ad avere un’anima o Jack, dopo averne scoperto la storia, si lascia suggestionare e finisce con l’impazzire? Le visioni sono reali o frutto dell’astinenza dall’alcol, che il protagonista mostra di soffrire terribilmente? Sono domande a cui il lettore può rispondere come meglio crede, ma che non hanno una risposta univoca, come è giusto che accada al cospetto di un bel libro. La mia interpretazione è che la parabola di Jack sia del tutto umana.

Il vero anello di congiunzione tra realtà e sovrannaturale è Danny, il figlio di Jack, le cui capacità vanno ben oltre quelle comuni. Proprio per questo è stato spesso considerato un ragazzino problematico, come del resto capita sempre a chi non viene compreso dalla società: la maggioranza preferisce escludere piuttosto che attuare un processo che, attraverso il confronto, porti alla comprensione. Danny è molto amato dai genitori, eppure anche con loro non riesce ad essere sempre in sintonia; soltanto di fronte alle estreme difficoltà l’amore genitoriale da sentimento comune e, in fondo, indefinito, trova la sua vera dimensione. Questo passaggio non è indolore e viene affrontato e metabolizzato in maniera del tutto opposta da Jack e sua moglie Wendy.

Ecco, se esiste un punto debole nel libro, questo è la figura di Wendy: meno definita rispetto a quella del marito e del figlio, rimane un po’ ai margini durante tutto lo svolgimento della storia: si oppone ai deliri di Jack, lo fa anche con forza, eppure è sempre circondata da un alone di freddezza, un corpo estraneo nel rapporto che lega a doppio filo il marito e Danny. In un certo senso è il ritratto della figura materna tramandata dalla storia, piena di amore ma allo stesso tempo incapace di penetrare fino in fondo nella vita del figlio.

In conclusione Shining è un pezzo di grande bravura di King, capace di tratteggiare i suoi personaggi in maniera eccellente semplicemente raccontandoci le loro storie, senza bisogno di perdersi in descrizioni prolisse ed inutili. Un libro da leggere, da apprezzare in tutte le sue sfaccettature, da non etichettare banalmente come horror: non è nemmeno tanto pauroso, a meno che le debolezze umane non vi facciano un gran paura!

 

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3 Comments

  1. Un paio di amici psicologi molto appassionati di Stephen King, mi hanno sempre parlato di lui come un abile e raffinato narratore dei temi legati al lutto del passaggio dall’infanzia all’adolescenza…e in effetti stanb by me e IT credo che siano opere molto significative da questo punto di vista!!

    • Infatti a me pare evidentissimo il gran lavoro psicologico che c’è dietro le sue opere, forse per motivi commerciali si preferisce presentare King come un maestro del brivido. Come ho scritto, forse è talmente capace di sviscerare le debolezze della mente umana da farci tanta paura.

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