Al di là dei monti di Schwazer

Alex Schwazer deve assumersi le proprie responsabilità ed affrontare le conseguenze del suo comportamento sleale; su questo non ci sono dubbi. Molte perplessità ci sono invece nel modo in cui la vicenda è presentata, sulla reazione scomposta di gran parte degli italiani che inorridiscono di fronte ad un ragazzo che è in evidente stato di confusione.

Le accuse al nostro marciatore sono spietate, crude, non valutano i motivi che possono averlo spinto ad utilizzare l’EPO (mentre gli altri usano chissà quali innovative sostanze): basta puntare il dito contro il reo (confesso, fatto strano a cui non siamo abituati) e consolarsi pensando che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi. Qualcuno si giustifica sostenendo che Alex sembrava un ragazzo pulito, che da lui non ci si aspettava un comportamento del genere; come se i soli a sbagliare fossero i delinquenti, come se un uomo per bene non possa cadere vittima della vita. Diamo sempre per scontato che solo il serial killer possa uccidere, il ladro rubare o il truffatore truffare.

Nessuno sembra disposto ad accettare che in noi ci possano essere porzioni microscopiche di personalità pronte ad esplodere nei momenti di difficoltà, che la mente sia labile ed il margine verso il baratro impercettibile. La vecchia teoria del tutto bianco o tutto nero non ancora superata.

Alex, da quel che posso vedere, è un ragazzo che ha bisogno di aiuto e sostegno, bisogno di poter rimediare con calma ai suoi errori. La gogna non serve, anche se capisco che ognuno di noi abbia le proprie frustrazioni da sfogare e farlo su chi è più debole è un giochetto facile facile che ci soddisfa immensamente. D’altronde siamo incapaci di liberarci di una classe dirigente che da un sessantennio abusa dei propri poteri e allora ce la prendiamo con un ragazzo che, incredibilmente, ammette di aver sbagliato.

Questo pentimento pare sincero, e forse davvero il fatto di aver assunto EPO a pochi giorni da un possibile controllo testimonia la volontà di essere scoperto, di liberarsi di un fardello altrimenti impossibile da scaricare.

Ci si chiede cosa sarebbe successo se Alex avesse vinto senza essere scoperto; questo non lo sapremo mai, ma c’è un elemento che lascia capire che il ragazzo non avesse voglia di gareggiare: la rinuncia alla 20 km prima del controllo antidoping. Nessun atleta rinuncia alla gara olimpica per un raffreddore: ci prova a costo di doversi ritirare dopo pochi metri, ma non lascia nulla di intentato dopo quattro anni di allenamenti in vista di quella gara. Alex dice che stava male davvero ed è possibilissimo: ormai tutti sappiamo dell’esistenza di malattie psicosomatiche.

Non spariamo su un ragazzo ancora giovane e ricordiamo  tutte le volte in cui, nelle chiacchiere da bar, sentiamo gente che dice: “evado perché altrimenti non ce la farei a vivere” ed annuiamo convinti nonostante l’affermazione sia una enorme bugia. Smettiamola di essere sempre pronti a giustificare le furberie che ci coinvolgono direttamente e che pesano sulla vita di tutti i giorni, smettiamola di attaccare soltanto i deboli. Cerchiamo di capire gli altri, di vedere al di là dei monti.

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