25 aprile oggi

Celebrare la festa della Liberazione sembrerebbe facile ed importante, invece in Italia diventa una cosa difficilissima: non ancora sopite le polemiche tra chi vede nei partigiani poco più che una banda di assassini vendicativi e chi, dalla parte opposta, ricorda che i repubblichini lottavano sostanzialmente contro il proprio Paese, a favore di una dittatura da sempre insensata e al fianco di chi, durante la guerra, si era macchiato di crimini orrendi, i nazisti.

Non voglio affrontare le polemiche, o illudermi di poter ricomporre spaccature ideologiche che, per definizione, non sono sanabili. Bisogna soltanto ricordare che la Liberazione avvenne dopo una guerra civile appendice di una guerra mondiale cruenta e sanguinosa, durante la quale nessuno trattava i propri nemici con i guanti bianchi. La guerra è orribile e nel suo svolgimento gli esseri umani riescono a dare il peggio, qualunque sia lo schieramento per cui combattono.

Oggi dobbiamo trovare la forza di andare oltre, di ritrovare la compattezza necessaria a liberare il paese da una parola che, agitata come uno spettro, occupa le nostre giornate: crisi. Tutte le mattine un uomo (o donna) si alza e sa che dovrà correre più veloce della crisi se vuol sopravvivere. Ogni giorno un politico si alza e sa che basterà pronunciare la parola in questione un numero sufficiente di volte per tenere a freno le proteste ed ergersi a paladino di una fantomatica giustizia assoluta.

Se c’è una cosa che viene universalmente riconosciuta al movimento di resistenza è la capacità di mobilitazione di una popolazione stanca, devastata da venti anni di tirannia e dalla guerra, che aveva messo in ginocchio un paese assolutamente incapace di affrontarla, ammesso che possa esisterne uno. Oggi abbiamo bisogno della stessa mobilitazione popolare, dello stesso impegno nella vita pubblica, della stessa volontà di cambiare la situazione oltrepassando i classici schemi della democrazia o, direi meglio, pretendendo di incarnare in pieno il significato di questa parola, riprendendo il controllo di una situazione sfuggita di mano ai nostri rappresentanti.

Non è più tempo di delegare le nostre priorità a politici che ne hanno altre e decisamente diverse, non è più tempo di sperare che un comico possa in qualche modo incarnare il cambiamento. Questo, per essere vero, deve partire dal basso e deve essere guidato dai giovani che hanno la necessità di rimettere a posto le cose, se vogliono sperare in un futuro che sia almeno dignitoso. Non è più tempo di sperare che la classe dirigente di oggi, quella che ha fatto il 68 ed ha presto dimenticato alcuni ideali una volta ottenuto denaro e potere, abbia la risposta a domande che non è in grado di comprendere.

Il Comitato di Liberazione Nazionale 2012 (o versione 2.0 se preferite) è una necessità a cui non possiamo sottrarci, ne va della nostra stessa esistenza.

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