Bossi, la caduta degli dèi e il futuro degli uomini

Le dimissioni di Bossi segnano un ulteriore passo verso il crollo della classe politica che, dal ’92 ad oggi, ha governato il Paese, subentrando alla defunta Democrazia Cristiana, demolita dall’inchiesta di Mani Pulite. Dalle dimissioni di Berlusconi in poi abbiamo assistito alla caduta della classe dirigente che proprio sulla scomparsa della DC aveva posto la prima pietra verso una ricostruzione che, nei fatti, non è mai cominciata. Il bilancio di questi venti anni parla chiaro: non ci sono stati segni di miglioramento, il Paese è rimasto come era, il che in termini assoluti significa aver perso del tempo prezioso, sperperato risorse senza ottenere il benché minimo risultato.

Ma le dimissioni di Bossi e l’inchiesta che si è abbattuta sulla Lega rappresentano qualcosa di più, qualcosa che anche i detrattori più convinti del partito del carroccio probabilmente non avrebbero mai immaginato. La Lega si è trincerata sempre dietro un muro, rivelatosi poi un velo leggero, di incorruttibilità, di onestà nei confronti degli elettori, di quella base che ha sostenuto il partito anche in battaglie inattuabili, a volte incomprensibili e vergognose, specialmente quelle su cui pesante si stagliava l’ombra del razzismo.

Eppure anche chi non condivideva le posizioni leghiste difficilmente avrebbe potuto pensare che la corruzione fosse entrata in maniera tanto massiccia nelle stanze di via Bellerio. Adesso l’ennesima inchiesta distrugge la credibilità di quello che era l’ultimo partito a base fortemente popolare, del partito che in molte occasioni era stato capace di conquistare i voti di un elettorato storicamente di sinistra ma ormai impossibilitato a vedersi riflesso nel Partito Democratico. Possiamo tranquillamente definire che l’ultimo proletariato aveva affidato il proprio destino nelle mani di Bossi. Adesso quel destino giace inerme sotto cumuli di immondizia.

Bisogna aprire una parentesi anche su questa inchiesta, sul modo ed il momento in cui è venuta fuori: da mesi si percepiva l’insofferenza di parte della base nei confronti del segretario, sempre più evidenti le divergenze con Maroni, l’altro uomo forte del partito. Difficile credere che sia casuale l’esplosione della bomba giudiziaria, difficile che gli scheletri nell’armadio siano venuti fuori per pura coincidenza proprio nel momento in cui il Senatùr doveva essere fatto fuori. Ed è altrettanto difficile ormai non credere che quasi ogni uomo politico italiano sia sotto la costante minaccia di uno scandalo dovuto a comportamenti tutt’altro che limpidi e trasparenti. Più facile e logico pensare che per tutti ci siano elementi sufficienti per essere messi alla berlina. In sostanza, niente di particolarmente diverso da quanto avvenne nel ’92.

Siamo in un momento di transizione, ed il pericolo più grande è che si passi, proprio come venti anni fa, da un modo corrotto di far politica ad uno ancor più corrotto ed incapace. La sensazione è che si rischi di assistere ad una involuzione piuttosto che ad una evoluzione sempre più necessaria, direi disperatamente necessaria se vogliamo ancora credere di poter ricostruire un Paese solido, che fornisca finalmente a tutti l’opportunità di vivere una vita dignitosa e, nei limiti del possibile, soddisfacente.

Questo pericolo può essere debellato soltanto attraverso l’impegno della generazione dei trentenni-quarantenni, che sentono sulle loro spalle tutto il peso dell’inefficienza della classe dirigente attuale e non vedono un futuro roseo. A salvare le nostre esistenze deve essere la volontà di non dover più soggiacere ai capricci di uomini ambiziosi e privi di quella propensione sociale che distingue il buon politico dal ladro di professione. Bisogna che l’italiano medio metta da parte gli egoismi e rinunci alle facili sirene della corruzione, che abbandoni il carro del sistema basato su raccomandazioni e facilitazioni che non fanno che spaccare la società.

Se per la Lega per anni il motto è stato “Roma Ladrona”, oggi i militanti del partito sono i primi a dover fare mea culpa, cambiare il motto in “Bossi Ladrone” (che in tempi di Pasqua richiama alla memoria eventi memorabili) e accettare l’idea che da questo momento non si esce con fantomatiche annessioni alla Svizzera, ma attraverso l’impegno comune, il confronto totale e l’apertura mentale.

Gli dèi sono caduti, gli uomini prendano in mano il proprio destino.

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