Il latte in tempo di guerra

Iole non usciva di casa da quattro mesi: aveva dato alla luce la sua secondogenita e il recupero era stato più lento del previsto. A causa della guerra, del disordine in cui si viveva in quei primi mesi del ’44, non sempre aveva potuto godere dell’assistenza necessaria e di rado aveva potuto consumare un pasto degno di questo nome. Inoltre aveva anche dovuto prendersi cura della figlia maggiore, di soli due anni, che richiedeva costanti attenzioni.

Il marito (Mario) passava le giornate fuori a lavorare, per cercare di guadagnare il necessario per tirare avanti; il problema era che si lavorava poco e quel che si guadagnava spesso non era sufficiente a comprare generi di prima necessità, spesso introvabili nei normali canali e disponibili soltanto, a prezzi stellari, alla borsa nera.

C’era una donna che di tanto in tanto aiutava Iole: le dava una mano in casa, faceva le poche commissioni, seguendo le regole della solidarietà che la guerra enfatizza o distrugge, senza mezze misure. Quel giorno Iole decise di andare da sola a comprare il latte: da qualche giorno si sentiva discretamente bene, avvertiva la necessità di un po’ d’aria fresca e, soprattutto, voleva vedere con i suoi occhi cosa accadeva per le strade di Roma. Ne aveva sentite tante e stentava a credere che la situazione potesse essere tanto grave; restare isolata per tutto quel tempo l’aveva condotta in una dimensione in cui la guerra e la disperazione arrivavano attutite.

Quando mise finalmente piede fuori di casa, il primo impatto con la realtà non fu scioccante come temeva: troppa la gioia di rivedere la sua fontana di Trevi e l’andirivieni frenetico delle persone impegnate a sopravvivere. Sentire sulla pelle il primo sole primaverile, tiepido e rassicurante, la convinse che presto tutto si sarebbe aggiustato, ammesso che davvero le cose andassero male come le avevano raccontato. Passò accanto alla fontana, immerse una mano nell’acqua come in un rituale salvifico e si avviò verso il posto in cui le avevano detto fosse ancora possibile trovare il latte.

Le strade del centro di Roma erano caotiche come al solito, ma si percepiva una tensione insolita, anche se tra i volti preoccupati di gran parte della gente spuntava sempre qualche sorrisone ed esplodeva una fragorosa risata. La capacità di non perdere mai il buonumore e la speranza era ciò che Iole amava di più dei suoi concittadini. Così quando qualcuno cominciò a riconoscerla e a salutarla, dispensò il suo sorriso a tutti, lei che sapeva essere molto dura. Ricordava ancora, e lo ricordava tutto il quartiere, quando cinque anni prima un ragazzo, un giovanotto come diceva lei, aveva avuto l’ardire di fermarla per strada per informarla di essere stata eletta la più bella del Tritone. Il sonoro ceffone che aveva rifilato al malcapitato risuonò per le strade intorno, e tutti i residenti giurarono di averlo sentito. Poi era tornata a casa, si era specchiata ed aveva deciso che non era poi così bella.

-Buongiorno sòra Iole, per fortuna ve se rivede!-

La salutavano tutti così e lei rispondeva sempre allo stesso modo, anche se non sempre riteneva di conoscere quelli che le rivolgevano la parola.

-Grazie, grazie me fa piacere da rivedevve!-

Fece una lunga fila per riuscire a comprare il latte, e fu estremamente fortunata, poiché dopo il suo acquisto erano rimaste soltanto due bottiglie, a fronte di una fila di alcune decine di persone.

Tornò verso casa contenta, quella giornata era la più bella degli ultimi mesi. Anche la guerra sembrava tacere in rispetto alla sua spensieratezza. Mentre faceva ritorno a casa, passando per via delle Quattro Fontane, qualcosa le cadde davanti: una maglietta piccola e lacera che raccolse immediatamente da terra. Alzò lo sguardo al cielo, e dalla finestra di una casa che faceva angolo con via Rasella la voce squillante di una donna le chiese scusa:

-Oddio signò me scusi tanto, stavo a stenne li panni e m’è caduta la maglietta de mi fijo! Scenno a prennella!-

Iole sorrise e prima che potesse rispondere sentì un gran botto, un’esplosione potentissima che la scaraventò al suolo. Impiegò qualche minuto per realizzare di non essersi fatta male, grazie al muro della casa ad angolo che le aveva offerto il riparo necessario; qualche metro più avanti e l’esplosione l’avrebbe investita in pieno. Tutto intorno era il caos: gente che urlava dal dolore delle ferite riportate, altri semplicemente spaventati che scappavano senza sapere bene dove. Iole si alzò e si rese conto di non avere più la bottiglia del latte in mano. Si voltò e la vide in frantumi a qualche metro da lei. Le veniva da piangere ma era una donna forte e doveva dimostrarlo. Poi si ricordò della signora alla finestra, e lo sguardo si mosse verso di lei. Prima che potesse guardare in alto qualcosa, proprio sotto la finestra, attirò la sua attenzione, qualcosa di strano, che non aveva mai visto prima. Cercò di mettere a fuoco, e quando capì si sentì mancare. Riuscì a resistere, a tenersi in piedi, ma non a staccare lo sguardo dalla testa della donna che giaceva per terra, tranciata di netto dal corpo, rimasto penzoloni alla finestra.

Iole era una donna forte, ma pianse, pianse mentre scappava verso casa. Piangeva quando alcuni uomini che correvano in senso opposto al suo la urtarono e in quel momento non capì cosa volesse dire quello che urlavano: -se trovate li corpi dei civili pigliateli e portateli via, nun se deve sapè che so morti!- Lo capì soltanto molti anni dopo, quando nella lista delle vittime di quella donna non si faceva menzione.

Tornò a casa e smise di piangere nel momento stesso in cui varcò la soglia: le figlie erano piccole ma non dovevano comunque vedere la madre piangere. La donna che era rimasta con loro era visibilmente spaventata, ma da lì non aveva avuto la reale percezione di quanto accaduto e per sua fortuna non aveva visto quello che aveva visto Iole, che smise di piangere allora e non pianse mai più, fino alla morte del marito cinquanta anni dopo.

 

 

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