Amnesia

Impiego un po’ di tempo a capire dove mi trovo, costretto come sono a farmi largo (strisciare) tra cumuli di oggetti, orribili soprammobili, andati in frantumi sul pavimento umido. Non mi ubriaco da mesi, non fumo marijuana da anni, quindi proprio non capisco come sia finito in questo posto, per giunta smemorato. Eppure il luogo è familiare, sufficientemente noto per ricordarmi qualcosa, ma cosa?
Mi alzo, ho migliaia di pezzettini di ceramica addosso, cerco di toglierli con scarso successo, allora mi spoglio. Adesso sono in mutande e scarpe da ginnastica, in un luogo ancora ignoto. Mi guardo intorno nervosamente, cercando in un angolo remoto della memoria un indizio che accenda la fatidica lampadina, affinché possa urlare il fatidico “Eureka!”. Non che sia appropriata questa esclamazione, in fondo non inventerei niente, mi limiterei a ricordare; e se gli inventori pescassero dalla loro memoria i colpi di genio? Se conoscessero già le risposte che cercano, tutto sarebbe più facile ed intrigante: potremmo presupporre l’esistenza di altri mondi, di scorribande nel tempo e chissà cos’altro.
Questo divagare non mi aiuterà a capire dove sono. Un oggetto attira la mia attenzione, fa capolino da una scatola di cartone che ha visto giorni migliori. Mi avvicino e lo afferro, è un crocifisso. Cazzo, questo mi manda del tutto fuori strada, non sono un tipo religioso né, tanto meno, conservo suppellettili religiose. Eppure il posto continua ad essermi familiare. Mi sembra di riconoscere perfino la puzza di chiuso. Decido di aprire la finestra, se non sono del tutto fuori strada dovrei essere al quinto piano.
Apro, sono al quinto piano. Allora ho capito finalmente! Il grido “Eureka!” (ho deciso di urlarlo anche se non del tutto appropriato) si strozza in gola: pensavo di aver capito, e invece niente. Eppure anche il panorama, orribile, non mi è sconosciuto. Resto affacciato alla finestra, accendo una sigaretta che prendo dalla tasca del pantalone buttato a terra, faccio due tiri e la spengo. E’ una giornata fredda, il cielo color acciaio scolorito (chiaro no?) mi trasmette un senso di claustrofobia. Chiudo la finestra e riprendo a gironzolare nella stanza; possibile che mi senta oppresso stando all’aria aperta e stia benissimo chiuso in questo buco? A quanto pare si.
C’è un piccolo armadio vicino la finestra, finora lo avevo ignorato ma adesso sono costretto ad aprirlo. Sforzo inutile, dentro non c’è niente, se non una pallina di naftalina. Chiudo gli occhi e per un attimo vedo un gran numero di vestiti stipati nell’armadio. Un ricordo evidentemente. Mi siedo su una vecchia sedia, di quelle in legno e vimini da osteria, e raccatto dallo scatolone di prima una rivista. Porta la data di dieci anni fa, la sfoglio distrattamente e mi rendo conto di conoscere a memoria ogni articolo, ogni foto, ogni didascalia. Ricordo addirittura, senza la minima sbavatura, tutti i particolari del trafiletto in ultima pagina, quello in cui ci sono scritti i collaboratori, il luogo dove la rivista è stata stampata e i dettagli amministrativi riguardo la casa editrice. Mi spavento, di solito ho una pessima memoria. Frugo nello scatolone, e scopro di sapere in anticipo cosa troverò: “2 compact disc”…eccoli, “busta di tabacco secco”… più secco di quanto ricordassi, ma c’è… “una matita, una agendina da tasca e un libro”… c’è tutto, peccato che nell’agendina non ci sia scritto nulla che possa aiutarmi. Leggo qualche passo del libro, convinto di saperlo a memoria, invece niente, nemmeno il titolo mi dice qualcosa.
Forse è un sogno. Sarebbe una soluzione banale, però non mi dispiacerebbe, comincio ad essere nervoso. Siccome ho sempre pensato che il metodo del pizzicotto per scoprire se sei sveglio è una enorme stronzata, prendo il muro a testate; testate lievi, ma alla quinta il dolore sottile mi convince: non sto sognando. Torno a sedermi, sono ancora rintronato, sento ancora dei colpi rimbombarmi nel cervello. Sempre più forti… Devo essermi procurato un danno grave, il che significa che il vuoto di memoria non è il peggiore dei miei problemi, devo essere del tutto deficiente. I colpi aumentano di frequenza ed intensità, mi stringo la testa tra le mani, il suono ossessivo si attenua ma non svanisce.
Passa un po’ prima che mi accorga che i colpi non sono nella mia testa, ma provengono dalle mie spalle. Mi volto, c’è una porta. Chissà da quanto tempo è lì! Non l’avevo proprio notata. Dovrei aprire, ma sono in mutande e scarpe da ginnastica e ho il dubbio di essermi introdotto furtivamente in casa d’altri. Deve essere andata così, tra qualche minuto sarò in arresto; sono una persona onesta, come posso essermi cacciato in questa situazione? Beh, se devo andare in galera lo farò in mutande. Raccolgo i pantaloni e la maglia da terra, prima di andare ad aprire la porta ho una reminiscenza che devo assolutamente controllare: a pagina 52 della rivista qualcuno ha disegnato i baffi ad una modella e sotto la fotografia ha scritto: se diventi così, io divento gay! C’è anche questo… Mi decido ad aprire, ma anche se non lo facessi la porta non reggerebbe a lungo, i colpi sono sempre più potenti.
Sono estremamente stupito nel vedere mio figlio. Gli chiedo cosa ci faccia in quel posto, e soprattutto in che posto ci troviamo. Sorride amaro, mi prende sottobraccio e dopo avermi aiutato a rivestirmi tira fuori il cellulare, indicando la data. Finalmente capisco, piango una lacrima. Mentre cammino con il ragazzo realizzo che qualcuno ha fatto sparire la corda dalla stanza.
Poco male, per un anno sono a posto.
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