Rivoluzione in Siria

Abitanti di Homs “In attesa di essere uccisi”

La rivoluzione siriana presenta elementi di originalità rispetto alla primavera araba: la repressione prosegue senza pietà ormai da un anno e i ribelli non sembrano avere la forza necessaria per rovesciare il regime. D’altro canto abbiamo visto che anche in quei paesi dove la rivolta sembrava avere ottenuto dei risultati, ad esempio l’Egitto, i cambiamenti non sono stati ancora tali da poter definire il paese sulla via di una democrazia in cui a comandare non sia l’esercito.

La Siria rischia di diventare qualcosa di più di un paese dilaniato dalla guerra civile: alle Nazioni Unite si fatica a trovare un accordo sulle risoluzioni da adottare e si è creata una spaccatura forte tra Russia e Cina da una parte e il resto dei paesi occidentali dall’altra. Qualche giorno fa in una intervista l’ex colonnello russo Leonid Ivashov ha dichiarato che una azione militare contro Siria o Iran verrebbe considerata come un attacco diretto alla Russia; non esattamente una dichiarazione facile da digerire, seppur rilasciata da un uomo che, almeno ufficialmente, non ricopre più incarichi politici e militari. Il fatto importante è che Cina e Russia non sono più disposte a tollerare la politica aggressiva occidentale, specialmente in paesi che rivestono importanza strategica fondamentale per loro.

Il punto è che non si può pensare, in questo momento, ad una ulteriore azione militare per rovesciare il regime di Assad. Non lo si può fare perché non ci sono piani precisi per ciò che dovrebbe accadere dopo, il che significa che non esiste certezza di debellare la guerra civile; non lo si può fare perché sono già troppi i fronti di guerra incautamente aperti sul fronte mediorientale e che hanno portato morte e distruzione, ma nessuna soluzione. E infine non lo si può fare perché si rischierebbe di scivolare in un nuovo clima da guerra fredda, non il massimo in un periodo di forte crisi economica: potremmo trovarci di fronte ad un conflitto di dimensioni enormi.

Questi gli aspetti pratici. Ma non bisogna dimenticare che ogni popolo ha diritto alla autodeterminazione, anche se questo è sempre stato un motto rimasto fine a sé stesso. Ciò che ci sembra di poter dire è che i passi da intraprendere sono di carattere politico-diplomatico, affinché si riesca a mettere alla porta Assad senza ulteriori spargimenti di sangue, tenendo anche presente che la situazione siriana non è isolata, ma presenta forti analogie con molti paesi arabi. Che cessino intanto i massacri; la mossa di ritirare gli ambasciatori, definitivamente o per consultazioni, come fatto da Italia e Francia, non è una soluzione, che serve soltanto a tutelare l’incolumità degli ambasciatori stessi. Bisogna convocare un tavolo di trattative, a cui partecipi anche il dittatore siriano, che serva a trovare dei punti fermi da cui ripartire e, soprattutto, a trovare un accordo tra i paesi delle Nazioni Unite. Il rischio più grande è che le diplomazie finiscano per ostacolarsi l’una con l’altra e Assad continui a massacrare il suo popolo, bambini compresi. Soltanto oggi si ha notizia di 50 bambini uccisi, e questo non è ammissibile.

Continuano i bombardamenti su Homs

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...