Capitolo 1

Al di là dei monti

Le sentinelle uscivano dalle mura della città ogni giorno all’alba, per verificare che l’estesa pianura che arrivava fino ai monti fosse sgombra da nemici, animali o qualunque altro tipo di possibile pericolo. Cavalcavano fino ai piedi dell’enorme e massiccia catena montuosa, perennemente imbiancata sulle cime, la costeggiavano a lungo e, se tutto era tranquillo, facevano ritorno in città dopo un paio d’ore.

Le sentinelle si alternavano così fino al tramonto: una tradizione che si perdeva nella notte dei tempi.

Non era un compito particolarmente faticoso, anche se durante i lunghi inverni il freddo e la foschia non aiutavano certo a mettere di buon umore i cavalieri incaricati di vigilare. Era soprattutto in quei momenti che questi si chiedevano che senso avesse continuare a battere la vasta pianura palmo a palmo fino alla montagna, visto che, da quanto ne sapevano loro, nessuno era mai giunto in città da quella direzione.

La storia del loro popolo, come quella di ogni altro, raccontava di numerose guerre, di intere stirpi sacrificate per difendere la chimera che tutti chiamano libertà; ma i pericoli erano giunti sempre da sud, da ovest o da est, da cui si poteva raggiungere tutto il mondo conosciuto e da cui, ovviamente, si poteva essere raggiunti. Infatti quei versanti erano tenuti sotto controllo da postazioni permanenti, dislocate fino ad una distanza di sette giorni a cavallo dalla città e a mezza giornata l’una dall’altra: così al minimo pericolo i messaggeri potevano lanciarsi al galoppo in groppa ai cavalli più veloci e dare l’allarme alla postazione più vicina, da dove partiva un messaggero fresco che raggiungeva la postazione seguente. E così fino alla città. Qualora un esercito nemico si fosse affacciato all’orizzonte, questo metodo permetteva di organizzare le difese un paio di giorni prima dello scontro o di inviare l’esercito al gran completo ad affrontare il nemico a distanza di sicurezza dal centro abitato.

In realtà gli ingegneri avevano anche approntato un sistema di comunicazione che permetteva, riflettendo la luce solare con dei grossi specchi, di inviare messaggi d’allarme alle postazioni più vicine. Ma i lunghi inverni e la fitta foschia rendevano il sistema inefficiente per gran parte dell’anno e, alla fine, il miglior modo di comunicare era quello classico, basato sull’affidabilità del cavallo.

Così le sentinelle delegate a vigilare sul versante nord, quello che giungeva fino ai monti, erano quelle che si sentivano più inutili, che sentivano svilita la propria professionalità. L’unico aspetto positivo della faccenda era che i turni erano brevi e che si passava un po’ di tempo in città, vicino alle famiglie che poi, durante i lunghi turni nelle postazioni fisse, si era costretti ad abbandonare.

In breve, vigilare il versante nord era una vera e propria vacanza e niente lasciava pensare che le cose sarebbero mai cambiate.

Eppure, se gli uomini avessero imparato dalla loro storia che prima o poi anche l’impossibile accade, le sentinelle avrebbero vissuto con minor superficialità quei momenti e il loro stupore sarebbe stato minore, il giorno in cui l’impossibile, finalmente, accadde.

Una mattina di inizio estate, una delle prime senza foschia, dipinta con i colori vivaci che annunciano il risveglio della natura, le sentinelle, ormai giunte a poche centinaia di passi dalla montagna videro ciò che non avrebbero mai pensato di vedere: una lunga processione di uomini, donne e bambini ridotti allo stremo.

I primi ad avvistarli si guardarono con un’aria inebetita che definire stupita sarebbe generoso ed errato: in quel momento tutto ciò in cui avevano creduto si dimostrava falso, tutto quello che i vecchi, i saggi, i sacerdoti e le cronache avevano raccontato loro esplodeva in un fragore immenso, assordante, tale da stordirli.

Così, senza accorgersene, avevano violato la prima regola della loro professione: nel momento stesso in cui si avvista un nemico o si ritiene di essere al cospetto di un potenziale pericolo, precipitarsi a dare l’allarme.

No, decisamente non avevano rispettato il regolamento: immobili come statue, i primi avvistatori erano stati raggiunti dagli altri cavalieri, che di fronte a quello spettacolo avevano avuto la medesima reazione. In breve l’intero contingente, una ventina di soldati in tutto, fissava la lenta processione di uomini, donne e bambini, senza proferire parola. Quella visione cambiava le loro vite per sempre, sgretolava le loro convinzioni e quelle del loro popolo: che al di là dei monti il mondo degli uomini lasciasse spazio a quello degli dèi.

Ma l’uomo non lascia che le proprie tradizioni e la propria cultura vengano distrutte in modo tanto repentino, e le sentinelle, ridestatesi dal torpore, si convinsero intimamente che quegli esseri non potessero essere venuti da dove sembrava venissero, e non potevano certamente essere le divinità che loro adoravano: non c’era nulla di sovrannaturale e di infinitamente potente in quelle macerie umane ambulanti, esclusa la morte che sembrava camminare con loro.

Una voce ferma, baritonale, ricondusse definitivamente tutti alla realtà:

-Voi due, correte in città e date l’allerta. Non sembrano esserci pericoli, ma è meglio non correre rischi. Gli altri con me, andiamo a vedere chi sono questi straccioni!-

I due soldati che l’uomo aveva indicato partirono istantaneamente al galoppo verso le mura, mentre tutti gli altri si volsero in direzione opposta, verso la lunga fila di esseri che, con affannosa lentezza, si avvicinava.

La voce baritonale, la stessa che aveva rotto il silenzio in precedenza, appartenente al comandante della guarnigione, tuonò nei confronti della fiumana umana:

-Vi ordino di fermarvi e di dirmi chi siete e da dove venite!-

Quelli lo guardavano con espressione interrogativa, ed era facile capire che non avevano compreso neanche una parola. Il loro sguardo raccontava giorni di terrore e di sforzi terribili, giorni di fame e di sete, raccontava di una stanchezza che non aveva segnato soltanto i loro corpi. Nessuno sembrava avere il coraggio di farsi avanti e cercare il modo di comunicare con quello straniero bellicoso.

-Temo che nessuno la capisca comandante! Ma di certo questa povera gente non è pericolosa.-

Nello sguardo del comandante la ferma severità di qualche istante prima lasciò spazio all’umana compassione.

-Hai ragione, credo che l’unica cosa da fare sia scortare questa gente fino alle mura, dopodiché il re ed il consiglio dei saggi decideranno il da farsi.-

Detto questo, fissò i primi uomini della processione e con la mano fece segno di seguirlo. E quelli ricominciarono a camminare lentamente, mentre nelle retrovie i più stanchi si lasciavano vincere definitivamente dalle vicissitudini e cadevano svenuti a terra. Il comandante allora impartì un ordine:

-Soldati, prendete con voi quelli più stanchi e portateli alle mura. Non conduceteli in città perché potrebbero essere malati e contagiosi, ma lasciateli dove comincia la radura e tornate indietro a prendere gli altri. Io andrò in città e farò in modo che vengano mandati dei carri per sveltire le operazioni. Cerchiamo di salvare più vite possibili, poi cercheremo di parlare con loro per sapere cosa è accaduto. Ho un brutto presentimento…-

Il comandante si lanciò al galoppo e in pochi minuti fece il suo ingresso in città; intorno alle mura si accalcavano già i primi curiosi, la notizia portata dai suoi soldati doveva essersi già diffusa. Sulle torri alcuni uomini armati fissavano l’orizzonte, pronti a combattere. Il comandante si diresse verso il palazzo del re e man mano che si avvicinava l’angoscia lo tormentava sempre più, insieme alle mille domande che avrebbe voluto rivolgere a quei profughi.

Si fece annunciare, ma come era ovvio il re lo attendeva, assiso sul suo modesto trono. Nonostante l’età e la semplicità con cui viveva, era l’uomo più degno di una corona che avesse mai visto: il portamento fiero e lo sguardo vivace ed intelligente gli avevano permesso di rinunciare allo sfarzo e alle ricchezze di cui i sovrani hanno solitamente bisogno per rimarcare la loro superiorità nei confronti del popolo. Re Rodebert era l’essenza della sovranità.

Rodebert immediatamente chiese:

-Rodulf, sono vere le notizie portate dai tuoi soldati?-

-Purtroppo si mio re: abbiamo incontrato una processione di moribondi a pochi passi dai monti sacri. Non riesco a capire da dove provengano e purtroppo nessuno di loro sembra capire la nostra lingua. Ad ogni modo ho ordinato di condurli all’inizio della radura, dove potremo farli curare senza correre il rischio di eventuali contagi: temo che molti di loro siano gravemente malati. Per accelerare le operazioni invierò dei carri, in modo da poterne trasportare il maggior numero possibile in breve tempo. A questo punto, mio re, sarete voi a dover decidere il da farsi.-

-Come al solito agisci saggiamente; per conto mio, ho già convocato i sapienti e tra poco terremo il gran consiglio, a cui parteciperai anche tu. Ma non credo che potremo esimerci da prestare assistenza ed aiuto a questa povera gente, così come dovremo capire da dove provengano esattamente: ma visto che dai presidi di guardia non abbiamo ricevuto comunicazioni, non possono provenire da nessun altro luogo che non siano i monti sacri.-

Pronunciò queste ultime parole sottovoce, lottando contro sé stesso e contro tutto quello che sapeva e di cui, finora, era sempre stato più che certo. Ancor più sommessamente e timidamente, Rodulf rispose:

-Ma sire, questo vorrebbe dire che…-

-Quello che vuol dire cercheremo di stabilirlo al più presto, mio valoroso comandante.-

Rodulf sembrò accennare ad una replica, ma sapeva benissimo di non aver niente di sensato da dire, così fece un cenno col capo e uscì dalla stanza del re. Qualche minuto dopo, i carri erano pronti per andare incontro ai profughi.

Re Rodebert, rimasto solo, avrebbe voluto preparare qualche parola da dire per l’apertura del gran consiglio, ma quello che era successo era troppo destabilizzante e gli impediva di concentrarsi; non c’era modo di esprimere lo stupore causato dalla realizzazione dell’impossibile. Rinunciò dopo pochi minuti: le parole, di questo si sentiva sicuro, sarebbero venute da sole.

Si alzò dal trono con calma e a piccoli passi si diresse verso la stanza in cui si sarebbe tenuto il gran consiglio. Sbirciò da una delle piccole finestre ciò che accadeva in città: una frenetica curiosità si era impadronita dei suoi sudditi, capannelli di persone discutevano delle incredibili e frammentarie notizie che si erano divulgate in quei minuti. Pur non potendo sentire le parole della gente, era sicuro che la reazione dei più doveva essere caratterizzata da una ferma ed irremovibile incredulità.

Venne sottratto ai suoi pensieri dall’arrivo di un servitore che, dopo essersi profuso in un profondo inchino, gli disse:

-Sire, il comandante Rodulf mi ha mandato per riferirle che i sacerdoti e i saggi si stanno radunando alla porta nord per vedere con i propri occhi il popolo che sta arrivando. Le chiede quindi di raggiungerli e mi ha incaricato di far preparare la scorta. E’ tutto pronto.-

-Bene, non perdiamo tempo ed andiamo a vedere qual è la situazione.-

I primi profughi avevano già raggiunto il limitare della radura e si erano accasciati a terra, stremati dalla fatica. Sulle mura i soldati di guardia osservavano la scena apparentemente tranquilli, puntando per sicurezza gli archi in direzione di quelli che, fino a prova contraria, dovevano considerare nemici. Il popolo si stava accalcando alla porta nord, creando una confusione che venne prontamente interrotta dall’arrivo dei soldati: il loro compito era creare un cordone che fermasse la gente e lasciasse il passo ai saggi e ai sacerdoti che arrivavano alla spicciolata. Di lì a qualche minuto, sarebbe stata la volta del re.

I profughi avevano un aspetto del tutto inconsueto: bassa statura, carnagione olivastra e foltissimi capelli nero corvino, mostravano un fisico esile, provato dalle disavventure, ma che lasciava chiaramente intuire l’originaria prestanza. Il comandante Rodulf si aggirava tra loro cercando di comunicare in qualche modo: parlava, gesticolava, faceva strane espressioni senza ottenere alcun risultato. Presto si convinse che, finché quelli non avessero recuperato un minimo di energie, ogni tentativo di stabilire un codice comune sarebbe stato vano. Si dedicò quindi con tutte le sue forze a coordinare i lavori di trasporto e di primo soccorso, ordinando che venissero portate grandi quantità di acqua e viveri.

Intanto tutte le personalità più in vista della città, compreso il re, erano al cospetto di quello spettacolo, inquietante e maestoso al tempo stesso; nessuno di loro osava proferire parola, per quello ci sarebbe stato tutto il tempo necessario durante il gran consiglio. In realtà, non c’era bisogno di esprimere a parole quello che i loro sguardi testimoniavano senza alcuna dissimulazione.

Grazie all’utilizzo dei carri, ben presto tutti i profughi vennero raccolti nel campo improvvisato al limitare della radura. Vennero rifocillati con calma e i più mal ridotti sottoposti alle prime cure da parte dei medici della città. Il re, dopo essersi consultato con il comandante ed aver ricevuto rassicurazioni da parte dei dottori, secondo i quali nessuno sembrava essere afflitto da qualche malattia infettiva, prese a camminare tra loro, offrendo il suo conforto e aiutando alcuni bambini a mangiare.

Ma non era solo un senso di umanità a muovere il sovrano: egli cercava negli occhi di quei disgraziati le risposte alle sue domande o, almeno, uno spunto che lo potesse aiutare a capire. Eppure, scavando nella propria memoria, non trovava nulla che lo potesse aiutare ad identificare quella gente: non un racconto ascoltato da qualcuno, non uno dei tanti libri letti aveva mai parlato di popoli dalle fattezze simili a quelle che si trovava ad osservare in quel momento. Anche lui cercò di comunicare, tuttavia i risultati non furono migliori di quelli ottenuti dal comandante: la sua unica consolazione fu un fugace sorriso che illuminò lo sguardo di un bambino che aveva divorato la propria razione di cibo.

Dopo essersi assicurato che tutte le operazioni necessarie venissero svolte al meglio e arresosi all’impossibilità di sapere qualcosa di più dai malcapitati, il re fece cenno al comandante di avvicinarsi:

-Credo che adesso sia meglio tornare al palazzo e dare inizio al gran consiglio. Sono curioso di sapere cosa pensano i sacerdoti di tutto questo e, in particolare, l’opinione del gran sacerdote, che è l’unico più vecchio di me e potrebbe sapere qualcosa che io non so. Ordina ai soldati di prestare tutta l’assistenza necessaria a questi poveracci e seguimi.-

Rodulf annuì, impartì gli ordini del caso e aprì la strada verso il palazzo al sovrano e ai componenti del gran consiglio; appena varcata la porta nord, vennero investiti dalle domande della popolazione, ancora assiepata ai margine della strada, sotto lo stretto controllo dei soldati.

-Chi sono? E’ vero che sono giunti dai monti sacri?-

-Ci sarà una guerra?-

-Sono esseri maledetti?-

Come accade sempre quando un avvenimento nuovo rompe la routine quotidiana, il popolo dava sfogo a tutta la sua fantasia, lanciandosi in congetture che rivelavano tutto lo spavento che ogni imprevisto causa nelle persone di buon cuore. Nessuno rispose alle loro domande, ma il re rassicurò tutti che molto presto le loro domande avrebbero trovato risposta. E aggiunse:

-Tutto quello che sappiamo è che non c’è alcun pericolo, per cui potete stare tranquilli e tornare alle vostre occupazioni.-

A quelle parole la gente si calmò, come sempre accadeva quando il loro sovrano si prestava in prima persona a rassicurarli. Ma questo non significava che sarebbero tornati alle abituali mansioni, quel giorno ormai sarebbe stato impiegato per cercare di vedere i nuovi arrivati e per continuare a congetturare sulla loro origine. Un giorno di festa, per qualcuno forse l’ultimo.

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